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Olio di palma, dalla tavola al serbatoio sempre gli stessi danni

L’olio di palma sparisce sempre di più dalle nostre tavole.

L’attenzione per salute e ambiente dimostrata dai consumatori italiani ha costretto gran parte del mondo industriale a rimuoverlo sempre di più dagli ingredienti dei prodotti alimentari e a far diventare la dicitura “senza olio di palma” addirittura un vanto pubblicitario.

Che fine ha fatto l’Olio di Palma?

Ma questo grasso tropicale ha un’infinità di altri possibili utilizzi e, man mano che ha abbandonato le nostre tavole, ha cominciato a scivolare velocemente verso….. i serbatoi delle nostre auto!

In Europa l’uso negli alimenti è passato dal 57% del 2010 al 34% del 2014 mentre nello stesso periodo è letteralmente esploso l’utilizzo come biocombustibile, passando negli stessi anni dall’8% al 45%.

La domanda sorge spontanea: se la maggiore attenzione dei consumatori spiega chiaramente perché sono diminuiti i consumi alimentari, cosa ha spinto alle stelle i consumi di olio di palma come biocarburante nel settore dei trasporti?

La risposta è semplice: le politiche europee sui biocarburanti!

Nel 2009 la Commissione ha varato in pompa magna la direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili, che prevede di coprire almeno il 20% dei consumi energetici europei con fonti rinnovabili entro il 2020. Un obiettivo importantissimo per contribuire a ridurre le emissioni di gas a effetto serra a cui però se ne aggiunge un altro, ottimo nei principi ma assai più scivoloso: la Commissione ha previsto che entro il 2020 tutti i paesi europei dovranno sostituire almeno il 10% dei combustibili usati nei trasporti con fonti rinnovabili.

Sostituire i combustibili fossili nei trasporti è certamente una buona idea, dato che questo settore contribuisce per quasi un quarto delle emissioni di gas serra in Europa, oltre che essere una delle principali cause di inquinamento nelle città. Secondo gli ultimi dati della Agenzia Ambientale Europea, infatti, il trasporto su strada è responsabile del 23% delle emissioni di gas a effetto serra, che salgono al 27% se si includono aviazione e trasporto marittimo.

Ovviamente il punto è con cosa vogliamo sostituire le fonti fossili. Potremmo addirittura finire per peggiorare la situazione?

Pare proprio di sì. La mancanza di criteri affidabili per valutare la sostenibilità delle alternative ha finito per favorire principalmente i biocombustibili di prima generazione basati sulle materie prime più economiche, in primis proprio l’olio di palma. I dati aggiornati al 2015 dicono che l’Ue importa ogni anno 3,35 milioni di tonnellate di questo grasso tropicale per usarlo come combustibile, una produzione che per essere coltivata necessita di oltre un milione di ettari di quelle che, fino a qualche anno fa, erano lussureggianti foreste tropicali.

L’espansione delle piantagioni di palma da olio è una delle principali cause di deforestazione delle foreste tropicali con danni incalcolabili alla biodiversità e un impatto nocivo sul cambiamento climatico.

Studio Globiom e gli effetti di politiche sbagliate

Gli effetti nefasti di questa politica sul clima sono confermati dallo studio Globiom, commissionato e finanziato dalla stessa Commissione europea, che ha studiato come la produzione di biocombustibili possa modificare la destinazione d’uso dei suoli agricoli e naturali. La questione da dirimere è semplice: se utilizziamo un terreno per produrre etanolo da mais, oppure biodiesel da colza, soia o palma stiamo davvero riducendo le emissioni di gas serra? Per rispondere a questa domanda introduciamo prima i due effetti che si possono generare quando destiniamo un suolo a una produzione energetica: effetti diretti e indiretti.

Effetti diretti e indiretti

L‘effetto diretto si ha, per esempio, quando un suolo prima coperto da foresta viene disboscato per lasciare il posto a una nuova piantagione. Il danno è molteplice: in primis gli incendi sono all’ordine del giorno, specie nei paesi dove la tutela ambientale e il controllo del territorio sono assai limitati. Bruciare le foreste significa emettere tonnellate di gas serra ma anche letali polveri sottili che soffocano i paesi interessati dagli incendi. In Indonesia, uno dei maggiori esportatori di olio di palma, nel 2015 hanno perso la vita 100mila persone per i fumi tossici dovuti alla deforestazione. Inoltre, aver spazzato via milioni di ettari di foreste negli ultimi 20 anni, ha cancellato intere popolazioni indigene e rurali che dalla natura traevano le proprie fonti di sussistenza, con danni incalcolabili alla biodiversità naturale e culturale. Ma non è finita qui; i suoli tropicali trattengono quantità enormi di carbonio organico che, una volta persa la copertura forestale, vengono rapidamente rimessi in atmosfera contribuendo al cambiamento climatico.

L’effetto indiretto si ha, per esempio, quando si decide di destinare una produzione alimentare a un uso energetico (es: si usa il mais per fini energetici) sottraendo una parte della capacità produttiva di cibo. Come conseguenza, l’aumento della domanda di cibo dovuta alla crescita della popolazione porterà ad abbattere nuove aree vergini (come le foreste) per piantare prodotti alimentari.

Lo studio Globiom, dopo aver considerato entrambi questi impatti, arriva ad affermare che, se sommiamo gli effetti diretti ed indiretti, viene cancellato praticamente ogni beneficio ambientale dovuto all’uso dei biocombustibili da materie prime alimentari: in media il biodiesel prodotto da oli vegetali vergini (non riciclati quindi) sono quasi due volte peggio per il clima del diesel da fonti fossili (80% in più di emissioni). Un risultato sconvolgente dovuto principalmente alle coltivazioni intensive di palma da olio e soia. L’olio di palma risulta la materia prima per biodiesel più dannosa per l’ambiente, poiché emette fino a 3 volte (+303%) i gas a effetto serra di un diesel fossile, seguita dalla soia (+213%).

UE e politiche fallimentari

Dunque, le politiche europee sui biocarburanti decidono che dobbiamo emettere meno gas serra nei trasporti; poi, che dobbiamo sostituire perlomeno il 10% con energia rinnovabile entro il 2020. Peccato che si dimentichino di verificare se l’utilizzo, anche parziale, di olio di palma e soia non vada ad arrecare ancor più danni per il clima!

Un fallimento epico!

La Commissione ha, successivamente, tentato di correre ai ripari tramite la direttiva ILUC che ha avuto come risultato l’istituzione di un tetto massimo del 7% per i biocombustibili da colture agricole e la promessa che un totale phase out avrebbe luogo a partire dal 2020. Ma la proposta per la nuova direttiva REDII per il periodo 2020-2030, pubblicata lo scorso novembre 2016 e in discussione attualmente, invece di un phase out propone un phase down al 3,8% entro il 2030. Nel frattempo, del resto, l’industria dei biocarburanti ha messo le mani sul ricco piatto delle sovvenzioni europee e non mostra alcuna apparente intenzione di invertire la rotta. Se la Commissione infatti, apprendendo dagli errori del passato, si è guardata bene dall’introduzione di un nuovo target di rinnovabili destinato ai trasporti, la Commissione Industria, Ricerca ed Energia del Parlamento Europeo, ha pensato bene di colmare tale lacuna, votando a favore dell’introduzione di un nuovo target rinnovabili dei trasporti del 12% per il periodo 2020 – 2030, che, come abbiamo visto, costituirebbe un incentivo all’entrata i biocarburanti di prima generazione dalla porta sul retro.

E l’Italia?

La beffa, per un paese come l’Italia, si gioca anche sul piano economico: circa il 50% delle produzioni alimentari usate per i biocarburanti è importato da paesi extra Ue. Questo significa che la conversione a olio di palma di Eni a Gela e Porto Marghera non avrà ripercussioni positive in termini di posti di lavoro e di benessere per il nostro paese. Condizione che, invece, si potrebbe avverare se l’Italia decidesse di investire seriamente nel trasporto elettrico a partire da energia rinnovabile (solare ed eolica).

Per non parlare dell’efficienza energetica e del consumo di suolo: secondo Transport & Environment se prendessimo l’area di un campo da calcio e lo coltivassimo a biomasse per la produzione di biocarburante potremmo alimentare ogni anno 2,4 automobili. Se invece coprissimo la stessa area installando dei pannelli solari, l’energia ricavata ne alimenterebbe ben 260!

Insomma, la soluzione è chiara. Basta con le proposte di compromesso che cercano di salvare un sistema insostenibile e senza futuro oltre che di tenere in piedi le lobby delle fossili. Investiamo invece seriamente in una transizione 100% rinnovabile che si basi sulla mobilità elettrica, sull’economia della condivisione e su trasporti pubblici efficienti. Non è un sogno, si può fare, anzi si deve.

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