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Agrivillaggio, per un nuovo modello sociale

Un villaggio autosufficiente, sia a livello energetico che alimentare? Si può fare, e l’idea è tutta italiana. Non è un ecovillaggio, non è una Transition town, ma ne racchiude molte caratteristiche: è l’Agrivillaggio. Nato da una visione dell’imprenditore agricolo parmense Giovanni Leoni, questo esempio concerto di un nuovo modello di sviluppo sorgerà sui 250.000 mq della sua Azienda agricola.

L’idea è quella di “riordinare funzionalmente” questi spazi “al sostentamento alimentare, energetico e sociale degli abitanti delle sessanta unità immobiliari unifamiliari che vi verranno costruite”, spiega Leoni: “Le abitazioni saranno progettate seguendo la tecnologia della casa passiva domotica, il fabbisogno energetico del villaggio sarà soddisfatto dalle energie rinnovabili, mentre la maggior parte delle necessità alimentari degli abitanti potranno essere coperte da prodotti ottenuti dalla coltivazione del terreno circostante, destinato appunto all’agricoltura”.

Quella di Leoni e dell’Agrivillaggio è una visione di vita in comunità basata sulla condivisione, sulla sostenibilità e sull’autosufficienza energetica ed alimentare. Ma se al suo interno sono previste anche molte attività sociali e servizi per i suoi abitanti, si differenzia dagli altri ecovillaggi per un motivo in particolare: l’integrare agricoltura e urbanistica, portando l’alimento al centro di tutto.

Oggi, secondo Leoni, è infatti il problema alimentare il più urgente ed importante: “Tutti ci siamo accorti che le risorse naturali da cui attingiamo indiscriminatamente non sono infinite, e continuando di questo passo presto si esauriranno”.

L’idea dell’Agrivillaggio, in realtà, è nata già una ventina di anni fa, quando l’imprenditore di Vicofertile (frazione di Parma in cui vive) incontrò a Chicago Frank Lloyd Wright, architetto dalle teorie decisamente innovative. Già negli anni ’50, infatti, pensava che “il disordine sociale ed economico del nostro tempo è strettamente legato all’eccesso di accentramento delle masse”. Molta importanza hanno avuto anche gli scritti di Jeremy Rifkin e Maurizio Pallante, o esperienze come quella della Kawasaki Town.

Gli ettari di superficie coltivabile presso l’Agrivillaggio sono 50, ma Leoni prevede di coltivarne solamente 25, conservando il resto per produzioni agricole future. Tutto verrà organizzato in piccoli appezzamenti di terra, più una serra di mille metri quadri (riscaldata a biogas agricolo) e un impianto di frutteti da completare con le risorse che deriveranno dalla vendita delle unità abitative.

Molta importanza sia a livello produttivo che sociale avranno anche gli orti tra un’abitazione e l’altra, che uniti al resto renderanno l’insediamento autosufficiente per più del 70% dei prodotti freschi.

Oltre ai vantaggi economici, ciò su cui si punta maggiormente è la creazione di un modello sociale in cui produttore ed acquirente, quando non saranno la stessa persona, vivranno fianco a fianco sullo stesso territorio. Questo significa maggiore sicurezza alimentare, assicura Leoni, e drastica diminuzione di pesticidi utilizzati e rifiuti prodotti.

L’unico problema dell’Agrivillaggio? Indovinato! Quello burocratico delle autorizzazioni. “Purtroppo le normative urbanistiche attuali, nate per favorire le speculazioni edilizie dei decenni passati, non sono adeguate per accogliere una novità assoluta come quella dell’Agrivillaggio”, lamenta Leoni in questa intervista.

Ma è solo una questione di tempo, perché la sua idea può avere un futuro. E sicuramente lo avrà.

Si moltiplicano le richieste per studi di fattibilità per realizzare quartieri-comunità ecologici sullo stile dell’Agrivillaggio in Italia e all’estero”, conferma Leoni: “A breve partirò per la Francia, dove mi hanno chiamato per realizzare un Agrivillaggio di dimensioni molto importanti nella Catalogna francese”.

Bon voyage! E speriamo di avere presto buone notizie anche da Parma!

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