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Antibiotico resistenza: è allarme in Italia

Antibiotico resistenza: l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) ha pubblicato i nuovi dati e la situazione italiana appare allarmante. In media negli altri Paesi si consumano 20,5 dosi di antibiotico per 1.000 abitanti. In Italia sono 27,8 (più 6% negli ultimi 10 anni). Peggio di noi solo Turchia (41 dosi ogni 1.000 abitanti), Grecia (34), Corea (31,7), Francia (29) e Belgio (28,4). Tra i più virtuosi, invece, il Cile (9,4 dosi) e i Paesi Bassi (10,6). Segno che la situazione c’è sfuggita di mano e che urge un freno a questa deriva, dalle conseguenze più gravi di quel che si pensa.

antibiotico-resistenza

Dove vanno a finire tutti questi antibiotici è presto detto: la maggior parte viene utilizzata negli allevamenti intensivi. Per la precisione oltre il 70 per cento degli antibiotici venduti serve agli allevatori per fronteggiare le numerose malattie che colpiscono gli animali a causa delle condizioni igieniche e sanitarie in cui vivono: sovraffollamento dei luoghi, altissimi livelli di violenza e di stress, si traducono inevitabilmente in un calo delle difese immunitarie e in un aumento delle escoriazioni, delle infezioni e delle patologie.

E proprio da questo utilizzo massiccio arrivano i problemi. Perché i batteri, come tutti gli altri esseri viventi, sono soggetti a mutazioni e adattamenti per preservare la propria specie e un uso eccessivo di antibiotici negli allevamenti ha consentito ai batteri di fortificarsi, imparando a sopravvivere a molti medicinali.

Il pericolo è grandissimo: la resistenza antibiotica rende i batteri immuni ai farmaci, con tutti i rischi che ne conseguono, anche e soprattutto per la salute dell’uomo.

L’aumento dell’uso degli antibiotici ha influenzato, infatti, l’andamento dei livelli di resistenza agli antibiotici cresciuta in media del 5%, attestandosi oggi al 15%. Un fenomeno globale, che tra il 2005 e il 2014, avrebbe riguardato 23 paesi su 26 mappati. E in questa triste graduatoria l’Italia è il terzo paese con la più alta percentuale di antibiotico resistenza (33-34% nel 2014, raddopiata dal 2005 quando era al 16-17%). Peggio di noi solo Paesi come la Grecia e la Turchia che come detto sopra hanno consumi ancora più elevati dei nostri.

Secondo l’Ocse l’antibiotico resistenza:

pone un onere significativo sui sistemi sanitari e bilanci nazionali. Gli ospedali spendono, in media, tra i 10.000 e i 40.000 dollari per il trattamento di un paziente infettato da batteri resistenti. I costi sociali possono essere alti come i costi sanitari, a causa della perdita di produttività e di reddito. È tutto ciò è preoccupante perché stiamo andando verso una ‘era post-antibiotica’, dove le infezioni comuni possono diventare, ancora una volta, fatali.

L’allarme era arrivato anche nei mesi scorsi da un rapporto commissionato dal governo inglese all’economista Lord O’Neil, secondo cui continuando così entro pochi anni potrebbe verificarsi una pandemia che rischia di fare più vittime del cancro.

Già nel 2009 del resto, l’Agenzia europea per il farmaco (Ema) insieme agli esperti del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) e al network internazionale ReAct – Azione contro la resistenza agli antibiotici, avevano pubblicato uno studio secondo cui almeno 25 mila persone morivano ogni anno in Europa per infezioni da batteri resistenti ai farmaci, mentre le complicazioni legate a queste resistenze costavano ai sistemi sanitari europei ogni anno 1,5 miliardi di euro. Numeri che secondo gli stessi esperti delle agenzie europee sono lievitati sensibilmente negli ultimi anni.

Non ne parlano, né media né politica, ma la questione è serissima. E mentre come M5S tentiamo di portare avanti iniziative legislative, con non poca opposizione da parte di questo governo e di molte lobby toccate dall’argomento (dall’alimentare alla farmaceutica), voi informatevi e scegliete con coscienza e buon senso: dite no ai prodotti che arrivano dagli allevamenti intensivi. No a produzioni criminali che non fanno altro che incentivare la crescita di questi già drammatici dati.

Clicca qui per conoscere il report dell’Ocse.

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