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Cambiamento climatico e “rischi estremi”

In questi giorni estivi in cui si muore di caldo, come per incanto, la gente si mette a parlare di cambiamento climatico e riscaldamento globale. Spesso però senza sapere che ciò non significa necessariamente avere giornate più calde. Il climate change è un fenomeno molto più complesso, più grave e dagli effetti paradossali. Quelli che al mondo ne sono più colpiti, infatti, sono proprio coloro che meno hanno contribuito a provocarli. Una strana punizione immeritata, di cui ha parlato anche il papa nella sua Enciclica.

“Molti poveri vivono in aree che sono particolarmente colpite da fenomeni legati al riscaldamento, e i loro mezzi di sussistenza dipendono dalle riserve naturali e dai cosiddetti servizi dell’ecosistema, quali agricoltura, pesca e silvicoltura”, scrive Papa Francesco. Altro che avere più caldo in estate.

Secondo la società di analisi dei rischi Maplecroft, quando si parla di cambiamento climatico sono 32 i Paesi soggetti a “rischio estremo”. Di questi, i primi dieci sono Stati tropicali, e quasi tutti rientrano fra i più poveri del pianeta: Bangladesh, Sierra Leone, Sudan del Sud, Nigeria, Chad, Haiti, Etiopia, Filippine, Repubblica Centrafricana, Eritrea.

Perché le persone di questi Paesi soffrono così gli effetti del climate change e rischiano di diventare sempre più dei profughi climatici?

I motivi sono molti, ma il principale risiede nel fatto che, alle latitudini tropicali, le normali escursioni termiche variano meno rispetto a quelle più a nord o più a sud, e le variazioni di temperatura possono portare ad effetti più significativi.

Effetti non da poco, visto che intaccano le scorte di cibo e l’agricoltura, la salute pubblica e le malattie, l’economia e l’instabilità politica. Mentre la temperatura più elevata degli oceani aumenta dimensioni e intensità dei tifoni tropicali, la crescente siccità colpisce duramente i raccolti nell’Africa subsahariana o nel sud-est asiatico.

“Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il cambiamento climatico incrementerà la frequenza e la portata di perturbazioni atmosferiche come El Niño – spiega un articolo de Linkiesta – portando all’aumento delle popolazioni di zanzare e scatenando epidemie di malattie da esse trasportate”.

Ma i profughi climatici diventano tali soprattutto perché, anche senza considerare l’instabilità politica dei loro Paesi d’origine, non hanno più cibo a sufficienza.

L’agricoltura è infatti la più vulnerabile al cambiamento climatico. Siccità, alluvioni, malattie delle colture sono solo alcuni degli effetti che, già a breve e medio termine, lasciano intere popolazioni senza cibo, e senza alternativa alla migrazione di massa. Anche perché è proprio nei Paesi tropicali che le persone generalmente vivono di ciò che autoproducono.

Secondo l’Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite (IPCC), nell’arco dei prossimi 35 anni ci si deve aspettare un calo del 50% nella resa dei raccolti dei Paesi in via di sviluppo, in particolare riso, frumento e mais. E dove? Specialmente nei tropici.

“Le grandi operazioni agricole industriali nei Paesi sviluppati possono ricorrere all’irrigazione e alla genomica per sopperire al cambiamento climatico”, scrive sempre Linkiesta: “Gli agricoltori di sussistenza no”.

Prima di parlare o straparlare di migrazioni clandestine, rifugiati e richiedenti asilo, quindi, chiediamoci cosa ci può essere dietro le loro storie. Potremmo rimanere sorpresi, scoprendo che una mamma sta con il suo bambino su un barcone nel Mediterraneo proprio grazie ai nostri consumi insensati, ai nostri politici fossili e a una società strutturalmente idiota.

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