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Con l’agroecologia, più cibo sostenibile

Cambiamento climatico, popoli affamati, land grabbing sovranità alimentare, pesticidi, sprechi di cereali per gli allevamenti intensivi, Ogm: l’agricoltura industriale non ha futuro. Ecco perché trovare metodi più sostenibili di produrre cibo e di nutrirsi è forse la sfida più importante di questi prossimi anni. Una soluzione vincente può arrivare dall’agroecologia, insieme di pratiche sostenibili in agricoltura che, fra i molti vantaggi, include quello di avere un minore impatto sull’ambiente, pur aumentando notevolmente le rese per i piccoli agricoltori.

Il concetto di agroecologia, in pratica, fonde sostenibilità del cibo, sostenibilità ambientale e sostenibilità sociale, ma non è associata a un particolare metodo di coltivazione. Inoltre, essa non è definita da una specifica pratica gestionale, come l’uso della lotta biologica al posto degli insetticidi, o della policoltura invece della monocoltura.

La descrizione forse più precisa seppur sintetica di agroecologia penso sia quella di Miguel Altieri in un suo dettagliato articolo di qualche anno fa. In poche parole, essa si basa sul miglioramento degli habitat naturali del terreno, sia in superficie che al suo interno. In questo modo si possono preservare l’humus e in generale i composti organici e minerali, supportando gli organismi utili senza avvelenarli per eliminare i parassiti delle colture come erbacce e nematodi.

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, molti contadini che vivono nei Paesi in via di sviluppo potrebbero addirittura raddoppiare la produzione di cibo in dieci anni, se passassero all’aghroecologia ed evitassero di usare pesticidi e fertilizzanti chimici. Questo studio, che si intitola appunto “Agro-ecology and the right to food“, si basa su un’estensiva revisione della letteratura scientifica fa alcuni esempi molto interessanti.

Come quello delle piante carnivore, usate in Kenya e in Bangladesh per combattere gli insetti dannosi. O quello delle papere, utili ai contadini perché capaci di ripulire le risaie dalle erbacce infestanti. “Secondo i dati, i progetti agroecologici mostrano una media di incremento nella produttività dei campi dell’80% in 57 Paesi in via di sviluppo, con una percentuale che sale al 116% nei progetti africani”, spiega l’autore della ricerca Olivier De Schutter. Che, oltre a fornire un’accurata serie di dati su progetti perfettamente riusciti in molte nazioni, ha mostrato per primo una dozzina di misure che gli Stati dovrebbero adottare per implementare le loro pratiche agroecologiche.

Sì, perché i Paesi sviluppati non sarebbero capaci di passare rapidamente all’agroecologia proprio a causa di ciò che De Schutter chiama una “tossicodipendenza da un’agricoltura industriale e basata sul petrolio”. C’è dunque bisogno di “uno sforzo globale a lungo termine, per passare all’agroecologia”.

Ma nonostante la tossicodipendenza agricola, anche nel mondo industrializzato c’è chi ha proposto di fare dell’agroecologia il nuovo modello da seguire, il cambiamento in ambito agricolo di cui c’è così urgente bisogno.

La Francia, forse anche perché è lo Stato Ue in cui si fa maggiore uso di pesticidi in assoluto, è stata il primo paese in Europa in cui si è deciso di ripensare il settore agricolo in chiave ecologica. Nei mesi scorsi, infatti, il Parlamento francese ha votato (a grande maggioranza) una nuova legge sull’agroecologia, proposta già nel 2012 dal Ministro dell’Agricoltura, dell’Agroalimentare e della Foresta, Stèphane Le Foll.

“La legge analizza tutte le componenti necessarie per permettere una transizione verso un’agricoltura più ecologica, in cui il consumo di energia, di acqua, di pesticidi e fertilizzanti chimici è ridotto al minimo e in cui ci si affida all’ecosistema stesso per garantire la fertilità del suolo, la produttività e la protezione delle colture”, spiega Le Foll in un’intervista a La Stampa: “Per esempio, più si lavora la terra meccanicamente e più povera diventa, invece i microrganismi che vivono naturalmente nel suolo svolgono la stessa funzione preservando le qualità del terreno. Ed è proprio quello che prevede la legge: limitare l’uso di prodotti fitosanitari, sperimentare nuove forme di produzione agricola, la rotazione e la diversificazione delle colture e l’aumento delle superfici coltivate a biologico”.

Obiettivo del Ministero parigino: avere entro il 2050 la maggioranza delle aziende agricole votate all’agroecologia.

Ce la farà?

Nel dubbio, #iomangiosostenibile!

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