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Expo è finita. Ora contiamo i danni!

Sabato scorso è finito il baraccone di Expo, un non senso di cementificazione e sperpero di denaro pubblico con cui, adesso, si dovranno finalmente fare i conti. Ne è valsa la pena, considerando i miliardi di euro (nostri) buttati, i conflitti di interesse già nella vendita dei terreni, le bonifiche, gli sprechi di terreni e di acqua destinati all’agricoltura e un bilancio economico ancora da definire? Si vedrà.

Si sono spesi circa 40 euro a persona, per entrare negli ettari cementati. Terreni che si è pure scoperto essere inquinati, ma solo dopo averli comprati a peso d’oro: aree destinate ai vialoni con i vari padiglioni. Tutto lì a fare la muffa, adesso, dopo che lo si è pagato la modica cifra di circa 2 miliardi e mezzo di euro statali, di cui un terzo già censurati dalla Corte dei Conti (per non parlare delle altre centinaia di milioni di debiti, da saldare a chiusura dei cancelli).

Soldi nostri levati a istruzione, sanità, pensioni, ricerca, destinati a produrre risultati tanto sconfortanti da far “aggiustare” all’italiana il numero dei “visitatori”.

Sapete infatti come sono aumentati (con interminabili code, che da sintomo di disorganizzazione sono diventate indice di gradimento, almeno per i mass media) nell’ultimo periodo? Conteggiando chiunque passasse nei tornelli, dove venivano fatti transitare tutti (dipendenti, operai, appartenenti alle forze dell’ordine, addetti ai lavori, ospiti ecc.), invece dei biglietti effettivamente venduti ai turisti (generalmente lombardi, altro che stranieri).

“Tra estenuanti file e rapine legali di prezzi gonfiati, pure solo per un bottiglietta d’acqua, memore della fanfara eco-celebrativa, cerchi inutilmente anche solo un indizio dei fatti che sarebbero dovuti scaturire dall’eco-slogan ‘Nutrire il Pianeta, Energia per la vita’, tanto green nei titoli, quanto vuoto nei contenuti”, mi ha scritto un amico che, per curiosità, ha voluto visitare il circo di Expo: “Ma, più di ‘Nutrire il pianeta’ pare si veda in giro solo chi si ingozza, chi compra compulsivamente gadget di plastica e chi, a fine visita, desidererebbe unicamente un portentoso rimedio per digerire i folli quantitativi di cibo ingurgitato. Mentre, senza neppure accorgersene, il contenuto del portafoglio andava in fumo”.

“Dopo la Giornata del coniglio, da far finire ovviamente in padella, dopo il Panino di zebra e l’Hamburgher di coccodrillo, cibi permessi per l’occasione in deroga alle normative statali per titillare palati schizofrenici a cui non basta più il dannoso prodotto dei miliardi di capi di bestiame “comuni”; dopo qualcosina contenente olio di palma, che sfratta gli oranghi, dando loro una tragica fine simile al contenuto degli Expo-panini, mi chiedo una cosa”, mi ha scritto questo amico: “Se la passeggiata per smaltire l’accumulo di calorie che miliardi di persone non possono permettersi, sia avvenuta nel Bio Diversity Park, magari riflettendo, tra un rutto e l’altro, su quanto ce ne freghiamo dei veri polmoni verdi, intontiti anche dal costosissimo ‘coso metallico’ dalle mille lucine, denominato ‘Albero della Vita’”.

Lì, a molti pare sia venuta un’illuminazione: che in realtà all’Expo avrebbe dovuto vincere il primo premio per il Green Washing!

Quella di Expo, al di là dei soldi e delle risorse sprecate alla faccia dei più poveri, è stata infatti solo eco-propaganda, studiata come un tappeto verde sotto cui nascondere l’immondizia; uno spot ingannevole, che mentre ha inebriato le orecchie con concetti idealmente encomiabili, ha fatto l’esatto contrario.

Insomma, una sorta di pubblicità ingannevole, ma molto più pervasiva e perversa.

Per esempio, mentre ad Expo si parlava di favorire i piccoli contadini, del recupero del rapporto diretto e naturale con la terra, dell’acquisto solidale, della vendita diretta, di chilometro zero, di biologico, di cibo per tutti, i veri protagonisti della partita erano Coca-Cola, McDonald’s, Nestlé, Eni, Enel, Pioneer-Dupont, Selex-Es e altri loro simili!

A leggere certi marchi, vengono subito in mente l’inquinamento di terre e di mari, le deforestazioni, il land grabbing, il monopolio sulla mercificazione delle sementi, la cannibale corsa a quelle geneticamente modificate, il lavoro delocalizzato e sfruttato, gli allevamenti intensivi, l’aumento della dipendenza dei Paesi economicamente più indigenti verso quelli più ricchi, lo sfruttamento intensivo dei terreni, un’agricoltura ed un allevamento di tipo industriale legato alle devastanti regole di mercato consumistico, non certo ai modelli e concetti “green”.

Concetti ormai del tutto storpiati, tipici di quella che l’amico di cui sopra ha definito l’era “Expo-zoica”, dove imbellettando con trucco verde la logica del grande evento eccezionale, pezzi dei nostri territori scompaiono dentro le voraci fauci della speculazione edilizia, della corruzione, della “privatizzazione all’italiana” (dove, cioè, aziende di diritto privato, in realtà, sono un frullato contenente anche enti pubblici, come in Expo S.p.A.).

Dove in nome della cementificazione e delle distruzione dei parchi – tipo quello avvenuto a sud-ovest di Milano per realizzare la “Via d’acqua”, vengono rubate risorse a settori che meriterebbero invece la priorità assoluta, oltre che supporto sociale e opere di risanamento ambientale.

Una farsa enorme, insomma, che possiamo solo sperare non si ripeta mai più.

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