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Fracking Usa: pagheremo noi il fallimento?

Fracking Usa: pagheremo noi il fallimento?

Il fracking, o fratturazione idraulica, consiste nel trivellare una formazione rocciosa contenente idrocarburi e sfruttare la pressione di un fluido nel sottosuolo per creare e allargare una frattura in uno strato roccioso nel sottosuolo.

Lo scopo è quello di migliorare la produzione del petrolio o del gas da argille contenuti nel giacimento e incrementarne il tasso di recupero.

La fratturazione idraulica, magnificata da alcuni addirittura come “riserva petrolifera del futuro”, comporta molti rischi, sia per la salute che per l’ambiente, soprattutto per la possibile contaminazione chimica delle acque sotterranee e dell’aria.

Non a caso in diversi Paesi è stata sospesa o vietata.

Ma c’è di più, questa tecnica, a differenza di quello che gli Usa vogliono continuare a farci credere, non è vantaggiosa neppure dal punto di vista economico.

Sarebbe infatti imminente l’esplosione di una bolla finanziaria da diverse centinaia di miliardi di dollari, legata proprio alle precoci perdite dell’industria del fracking.

Questa, visti i prezzi ai minimi del petrolio (che si prevede rimarranno tali per tutto quest’anno), è già incapace di reggersi da sola e non può più competere con l’oro nero.

Perché il petrolio abbia prezzi così bassi, da qualche tempo a questa parte, è facile intuirlo: gli Stati Uniti, grazie alla collaborazione dei suoi alleati mediorientali (ai sauditi non può che far comodo potere tornare a competere con il petrolio prodotto da fracking negli Usa o da sabbie bituminose in Canada), hanno fatto in modo di spingere al ribasso i prezzi di gas e petrolio appunto, su cui si basano le economie dei suoi attuali grandi nemici: Russia e Iran.

L’aggressiva politica energetica statunitense si sta però rivelando un boomerang per l’economia a stelle e strisce, e la tanto agognata indipendenza energetica nordamericana – promessa proprio dal fracking – sta diventando già un miraggio.

Anzi, una possibilità da far pagare ai contribuenti americani, non di certo a chi a Wall Street ha scommesso su questa carta (la destra statunitense sta accusando di questo fallimento non gli speculatori di Wall Street, appunto, ma la Russia, che starebbe a suo avviso finanziando i gruppi ambientalisti che si oppongono al fracking!).

Insomma, grazie alla politica estera di Washington la frattura idraulica si sta rivelando una bufala ancora prima del previsto.

Una bufala molto costosa, però, che gravando sulle casse dei cittadini Usa in questo modo potrebbe avere ripercussioni sull’intera economia globale. Ma i cittadini statunitensi non pagheranno il fracking solo in termini di costi, lo fanno già anche a livello ambientale, e di salute.

Secondo uno studio della Duke University pubblicato su Environmental Science & Technology, nei corsi d’acqua di Pennsylvania, West Virginia ed altri Stati del nord-est Usa, giusto per fare un esempio, scorrerebbero importanti quantità di ammonio e ioduro, due sostanze chimiche molto pericolose o potenzialmente tali se combinate con altre.

Questo è dovuto al fatto che questi composti non erano mai stati associati alla produzione di petrolio attraverso la fatturazione idraulica,  quindi gli impianti di trattamento delle acque reflue dei pozzi non li filtrano in nessun modo. Altro dettaglio: queste sostanze non sono regolamentate dalla normativa statunitense.

Quando disciolto in acqua, l’ammonio può trasformarsi in ammoniaca, composto molto tossico.

I ricercatori hanno trovato livelli di ammonio 50 volte superiori alla soglia di qualità dell’acqua fissata dall’EPA (Environmental Protection Agency) nei corsi d’acqua in cui vengono riversate le acque di scarico dei pozzi.

Alla faccia del Safe Drinking Water Act. Per quanto riguarda lo ioduro prodotto dalle operazioni estrattive, invece, pur non essendo tossico favorisce la produzione di sottoprodotti di disinfezione quando entra in contatto con il cloro, utilizzato per trattare la maggior parte dell’acqua potabile: sottoprodotti con proprietà tossiche e cancerogene.

Gli studiosi temono un forte aumento dei casi di cancro per colpa di questi inquinanti.

Ora, a quale riflessione dovrebbe portarci, tutto ciò?

Che se gli americani non sono preparati né a livello tecnologico né a livello legislativo a gestire gli effetti collaterali del fracking e di tutte le sostanze chimiche che, insieme all’acqua, vengono pompate sotto terra per raschiare le ultime riserve di petrolio rimaste, figuriamoci in Italia cosa potrebbe succedere, visto il modo di gestire questo tipo di cose.

Le acque riversate in fiumi, laghi e torrenti da questa industria sono molto pericolose sia per l’ambiente che per la salute umana. Tanto che, secondo Avner Vengosh, uno degli autori della ricerca nonché professore di qualità dell’acqua e geochimica alla Nicholas School of the Environment della Duke University, “dovrebbero essere regolate, ma soprattutto vietate”. “Non si tratta nemmeno di scienza”, ha affermato Vengosh: “è buon senso”.

Buon senso, una dote che manca a chi governa sia a Roma che a Bruxelles.

Dove, invece, non si vede l’ora anche attraverso il TTIP di aprire le porte italiane ed europee al petrolio estratto negli Usa proprio attraverso il fracking.

Mirko Busto – cittadino in Parlamento

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