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Mele al veleno: urge nuova politica agricola

Greenpeace ha pubblicato in questi giorni i risultati di un’analisi sulle mele acquistate nei supermercati di 11 Paesi europei, Italia compresa. I risultati hanno a dir poco dell’incredibile: mentre i test sulle mele biologiche non hanno evidenziato tracce di pesticidi, addirittura l’83 per cento delle mele prodotte in modo convenzionale sono risultate contaminate da residui di pesticidi, e nel 60 per cento di questi campioni sono state trovate due o più sostanze chimiche.

La situazione è grave, perché se è così per le mele possiamo dedurre che sia così per i molti altri alimenti che portiamo in tavola. Secondo la ricerca di Greenpeace, eseguita in un laboratorio indipendente tedesco usando una tecnica analitica “multiresiduo”, le medie più alte di residui per campione sono state trovate in prodotti provenienti da Spagna, Bulgaria e Olanda.

L’Italia in questo caso non si trova sul podio. Per fortuna, perché come abbiamo già detto in passato parlando della nostra mozione per vietare il tossicissimo glifosato Monsanto allo scadere della sua autorizzazione, l’Italia è uno dei paesi in cui circola la maggior quantità di erbicidi. Tanto che nel Belpaese il glifosato è una delle sostanze più vendute: sono almeno 750 i prodotti che lo contengono.

I pesticidi trovati più frequentemente da Greenpeace nei campioni di mele analizzati “sono fungicidi (20 tipi diversi) e insetticidi (16), seguiti da acaricidi (2) e dal THPI, un metabolita del captano. THPI è la sostanza più frequentemente rilevata (76), seguita da captano (20), boscalid (19), pirimicarb (18) e clorpirifos-etile (15)”.

“Sono stati trovati due pesticidi non autorizzati per l’uso nell’Unione europea”, aggiunge l’associazione ambientalista: “Difenilammina in un campione spagnolo e ethirimol in un campione polacco”.

Vi pare possibile?

Metà dei pesticidi rilevati hanno effetti tossici noti per organismi acquatici come i pesci, ma anche per le api e altri insetti utili. Molte di queste sostanze chimiche, inoltre, sono bioaccumulabili, hanno impatti negativi sulla riproduzione o altre proprietà pericolose. Infine, a causa dell’incompletezza di dati e conoscenze disponibili soprattutto sugli effetti di residui multipli, non si possono escludere rischi per la salute umana.

Come Movimento 5 Stelle, abbiamo fatto già il 9 settembre 2013 una proposta di legge sui «Limiti all’impiego di sostanze diserbanti chimiche», finalizzata alla tutela della salute umana, dell’ambiente naturale, della biodiversità, degli ecosistemi e anche delle attività agricole condotte con metodi biologici e naturali.

Ma il governo italiano non ha mai dato segno di volere intervenire. Anzi, come ci è stato detto di recente in Parlamento, non è ha nemmeno l’intenzione.

Eppure le nostre proposte sono semplici e chiare.

Chiediamo ad esempio di applicare il principio di precauzione, in nome della tutela della salute pubblica, assumendo iniziative per vietare definitivamente produzione, commercializzazione e impiego di tutti i prodotti a base di glifosato.

Chiediamo di sostenere, a livello europeo e viste le evidenze scientifiche, una posizione contraria a una nuova eventuale autorizzazione del glifosato, che scadrà alla fine di quest’anno, e di includere il principio attivo glifosato e il suo metabolita AMPA nella lista delle sostanze da ricercare e monitorare nelle acque superficiali e profonde. Anche in considerazione dell’accertata persistenza sul terreno e sulle acque anche fino a tre anni dopo l’applicazione.

Ma soprattutto a promuovere politiche di limitazione all’agricoltura intensiva, schiava del glifosato e dei pesticidi in generale, sostenendo invece l’agroecologia, con sussidi ai piccoli agricoltori locali, e incentivare a livello normativo e finanziario varietà di tecniche agricole come l’agricoltura biologica o la permacultura.

Per produrre di più non serve la chimica. Basti pensare che ancora oggi al mondo producono molto più cibo i piccoli contadini dell’agricoltura industriale, e un ritorno all’agricoltura contadina raddoppierebbe la produzione di cibo!

Sarebbe questa una scelta che, per l’Italia, oltre che avere riscontri positivi sulla salute e sull’ambiente ne avrebbe di importanti anche a livello economico ed occupazionale.

L’Italia deve infatti puntare sull’unicità e la qualità dei suoi prodotti, non sulla quantità.

Anche nel caso delle mele, prodotte soprattutto in Trentino Alto Adige, varrebbe lo stesso discorso. “Oggi il maggior consorzio trentino, per ogni chilo di mele coltivate con metodo convenzionale, corrisponde ai soci conferitori 30 centesimi di euro”, fa presente il deputato M5S Riccardo Fraccaro: “Una cifra già risicata, che in futuro è a rischio svalutazione. L’unico modo per sfuggire alle logiche globali del massimo prezzo al ribasso consiste nell’offrire un prodotto unico perché naturale ed espressione di uno specifico ambiente non riproducibile”.

Appunto.

In questo Paese servono urgentemente nuove politiche agricole, oltre che ambientali, che porti tutti gli attori coinvolti a una progressiva eliminazione di pesticidi e fitofarmaci. Ma scommetto su un fatto: la si potrà vedere solo quando il Movimento 5 Stelle sarà al governo.

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