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Moria delle api, ultima chiamata!

Se le api scomparissero dalla faccia della Terra, alla specie umana non resterebbero che quattro anni di vita. Questa affermazione, sia essa di Einstein o meno, nasconde una profonda verità: le api e gli insetti impollinatori svolgono un ruolo fondamentale per la sopravvivenza di tutte le altre specie viventi. Inclusa appunto quella umana, le cui coltivazioni prosperano più per questi piccoli animali, che per le sempre maggiori quantità di sostanze chimiche che utilizza.

Negli ultimi decenni, infatti, l’agricoltura è diventata sempre più intensiva, e diserbanti, fertilizzanti chimici e una pletora di sostanze tossiche hanno avuto un sempre più largo utilizzo. Chi ha maggiormente risentito degli stravolgimenti che hanno portato ecosistemi naturali a diventare sovra-sfruttate aree agricole sono proprio gli insetti impollinatori. Le api, innanzitutto, che secondo la FAO garantiscono l’impollinazione di 71 delle 100 colture che costituiscono il 90% dei prodotti alimentari in tutto il mondo. Ma anche alcuni tipi di vespe, ormai in via di estinzione in paesi come la Gran Bretagna, e di coleotteri, utili all’agricoltura in quanto ghiotti di lumache che devastano le colture, ma avvelenati (al contrario delle lumache!) se le colture stesse sono trattate con i micidiali neonicotinoidi.

Un problema più serio di quanto si pensi. Secondo un rapporto di Greenpeace, Bees in Decline: a review of factors that put pollinators and agriculture in Europe at risk, addirittura l’84% delle 264 specie coltivate in Europa dipende infatti dall’impollinazione degli insetti. Solo a quella delle api, si deve l’esistenza di 4.000 varietà di piante indispensabili alla produzione di cibo.

Eppure proprio le api, ancor più degli altri insetti, stanno scomparendo. Secondo l’Università di Reading, in Europa negli ultimi anni la loro moria è stata in media di circa il 20%, con picchi in alcuni Paesi del 53%. Addirittura, per l’Università inglese, sono più dannosi per questi importantissimi insetti gli sconvolgimenti che stanno subendo le aree rurali che non lo sprawl urbano!

La presenza di pesticidi sulle piante risulta devastante per le api che, come molti altri insetti impollinatori, quando sopravvivono mostrano un numero crescente di malformazioni ed altri effetti fisiologici. Ma anche difficoltà nel procacciarsi il cibo, più una serie ancora non del tutto conosciuta di quelli che, nell’uomo, definiremmo disturbi dell’apprendimento, e che portano gli insetti a non riconoscere la propria arnia, ad esempio, o a perdere l’orientamento.

Secondo il Programma ambientale delle Nazioni unite (UNEP), le sostanze chimiche tossiche o potenzialmente tali utilizzate nel mondo sono circa 150.000. Greenpeace, invece, ha individuato sette insetticidi in Europa che, a suo avviso, dovrebbero essere vietati. Si tratta di Imidacloprid, Fipronil, Thiamethoxam, Clothianidin, Clorpirifos, Cipermetrina e Deltametrina.

Basta leggere i nomi di questi veleni, per capire che sono potenzialmente pericolosi anche per le persone. Che, secondo la Società dei medici per l’ambiente (Isde), rischiano effetti negativi sulla propria salute (la quantità di sostanze chimiche pericolose rilasciata nell’ambiente ogni anno ammonterebbe a circa 2,5 milioni di tonnellate, generalmente per usi agricoli – una vera e propria “minaccia per la salute pubblica”), soprattutto in Italia. Sì, perché è proprio il Belpaese, alla faccia di Expo e delle sue tanto magnificate eccellenze eno-gastronomiche e produzioni biologiche, ad avere il primato europeo nell’uso di diserbanti in agricoltura: sia in termini assoluti (61.890 tonnellate), che di consumo per superficie coltivata (5,6 kg per ettaro di terreno).

Per non uccidere le api rimaste e quindi noi stessi, bisogna urgentemente preservare la biodiversità e tornare a metodi di coltivazione che escludano erbicidi, fungicidi e fertilizzanti chimici. Si dovrebbe insomma fare il contrario di quello che, soprattutto in Europa e in Nord America, prevedono le pratiche agricole convenzionali.

E pensare che invertire la rotta non è affatto impossibile. Anzi, potrebbe essere la nostra unica speranza per non compromettere definitivamente tutti i terreni rimasti liberi dalla chimica e dal cemento.

A proposito, chissà se, oltre che di colate di cemento su terreni agricoli per creare i vari padiglioni, a Expo 2015 si tratterà anche di questo. Oppure se per questa mega-manifestazione-farsa l’unica cosa importante è il marketing. E la difesa di un Made in Italy patinato che (forse) può andar bene sulle pubblicità, ma non nella realtà dei fatti.

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