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Non c’è nulla di etico nella vita di un vegano… dicono

Non lo sapevate? Lo dice un recente articolo che sta spopolando sul web: se escludete dalla vostra alimentazione i cibi di derivazione animale, magari guidati da nobili motivazioni ‘etiche’ come proteggere gli animali e il Pianeta, in realtà state solo peggiorando la situazione! Anzi siete proprio voi vegani la vera causa dello sfruttamento di interi popoli e della devastazione ambientale.

Ma siamo proprio sicuri che sia cosi?

Per dimostrare questa tesi singolare l’articolo cita diversi esempi: la quinoa coltivata in Perù e Bolivia sconvolgendo l’economia e la biodiversità agraria locale, gli anacardi del Vietnam prodotti col lavoro forzato, la produzione di avocado e soya e la drammatica deforestazione che causano.
Che dire, non credo sia il caso di contestare il fatto che le mega piantagioni del sud del mondo, destinate alla esportazione verso i paesi ricchi, spesso finiscono per sconvolgere l’economia e l’ambiente di quei paesi. Anzi, in realtà queste sono solo alcune delle conseguenze nefaste di un sistema produttivo globalizzato che sistematicamente continua a spogliare intere popolazioni dei propri diritti fondamentali e a distruggere beni comuni come le foreste e la biodiversità, finendo persino per compromettere la stabilità del clima e quindi il futuro della civiltà umana.

Ma il punto è un altro: dove sta scritto che un vegano si nutra principalmente di quinoa, soya, anacardi? Ma soprattutto, possibile che si possa pensare di attribuire tutto questo sfacelo a un milione e ottocentomila vegan, vale a dire il 3% della popolazione italiana?

In realtà non è così facile stabilire cosa finisca nel piatto di un vegano medio, anche perché vegano ci dice ciò che NON mangiamo, non ciò che mangiamo. Sono certo che da qualche parte esiste qualche vegano che pasteggia ogni giorno a avocado, mango, cocco e arachidi fritte nell’olio di palma. Ma sono allo stesso modo convinto che molti altri sanno riscoprendo le centinaia di varietà di cereali, legumi e verdure che da secoli hanno caratterizzato la dieta mediterranea magari ricorrendo saltuariamente a prodotti più esotici come quelli a base di soya.

vegano ci dice ciò che NON mangiamo, non ciò che mangiamo.

Che poi diciamocelo, non vedo il senso di tutto questo rumore attorno ai vegani accusati di “mangiare strano”. La dieta mediterranea è basata prevalentemente sul consumo di alimenti di origine vegetale e prevede consumi assai modesti di alimenti di origine animale. I numeri non tradiscono mai: negli anni ‘50, quando il medico americano Ancel Keys venne in Italia a studiare la dieta che ha garantito longevità e salute ai nostri nonni, ogni italiano consumava ogni anno in media 25 kg di carne e pesce, mentre oggi ne consuma circa 150 kg.

Insomma questo articolo ci propone una curiosa, ma efficace, ricetta manipolatrice: prendere una serie di luoghi comuni, raccontare le falle di un sistema produttivo che riguarda tutti noi e non solo i vegani e quindi affermare che essere vegani non è affatto una scelta migliore per ridurre i problemi e la sofferenza in questo pianeta. Una scelta quindi non etica.

Nell’approccio filosofico che contempla un’alimentazione priva di alimenti di origine animale l’etica è intesa prevalentemente come rispetto per la vita di tutti gli esseri senzienti, e quindi anche degli animali, riconosciuti come tali dallo stesso art. 13 del Trattato di Lisbona. Rispettare la vita significa quindi agire, per quanto possibile, in modo da evitare il più possibile la sofferenza e l’uccisione di umani e animali. Ciò che possiamo facilmente controllare e minimizzare è la sofferenza che infliggiamo o quella che deriva da azioni facilmente collegabili alle nostre scelte: se compri una fettina di vitello non è difficile immaginare che qualcuno lo abbia ucciso e macellato. Quando però cerchiamo di analizzare con maggiore dettaglio le intere filiere produttive del cibo che mangiamo, sorprese come quelle dell’articolo anti-vegani non sono certo una novità.

Il nostro stile di vita, quello di tutti quindi, è retto da un sistema produttivo iniquo e insostenibile: non è estendibile all’intera popolazione terrestre nel presente e ancora meno alle prossime generazioni. Già oggi l’umanità ha bisogno della capacità rigenerativa di 1,6 pianeti Terra per provvedere a tutte le merci e i servizi che utilizziamo ogni anno. Se continuassimo sulla stessa strada, avremmo bisogno di due pianeti entro il 2030 e addirittura di tre entro il 2050. Pianeti che ovviamente non abbiamo… Il risultato? Condannare una parte sempre crescente della popolazione a non avere nulla e portarci verso una crisi ambientale e sociale inesorabile. Una cosa, insomma, che alcuni potrebbero definire decisamente poco etica.

Oggi l’umanità ha bisogno della capacità rigenerativa di 1,6 pianeti Terra

Partendo da questa consapevolezza dovremmo iniziare una seria riflessione su cosa cambiare per evitare il peggio: una delle cose da fare è certamente mettere, ad esempio, in discussione abitudini che ormai diamo per scontate ma che sono invece il frutto di pochi decenni di uno sviluppo industrializzato basato sul presupposto illusorio di avere a disposizione risorse naturali infinite. L’attuale livello di consumo di carne e alimenti animali è una di queste e, per chi ha la pazienza di leggere la letteratura scientifica, risulta chiaro che oggi ridurre, o eliminare, questi cibi è un passo indispensabile per il futuro di tutti noi.

L’allevamento produce il 14,5 per cento delle emissioni globali di gas serra, più dell’intero settore dei trasporti e delle emissioni dell’intera Europa. Come riporta per esempio la ricerca Biodiversity conservation: «The key is reducing meat consumption». L’allevamento è la principale causa della perdita di habitat, ed entrambi bestiame e produzione di materie prime sono in aumento nei paesi tropicali in via di sviluppo, in cui si trova la maggior parte della diversità biologica.
Nello stesso articolo emerge come entro il 2050, alcuni paesi potrebbero avere bisogno del 30-50% in più di superfici di terra, proprio per fronteggiare la maggiorata produzione di proteine animali. Questi dati confermano quanto questa macchina produttiva sia una minaccia per la biodiversità e per gli ecosistemi del pianeta, e un importante fattore che determina i cambiamenti climatici.

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Sono milioni gli ettari di terra coltivati per sfamare gli animali allevati che consumano il 40 per cento circa dei cereali prodotti nel mondo. A conferma di ciò, i dati Fao – Food Balance Sheet – indicano che i due terzi delle terre arabili del Pianeta sono usati per il pascolo o per coltivare cereali e legumi per gli animali e che il 77 per cento dei cereali in Europa è destinato non al consumo umano, ma ai mangimi, dando così al bestiame tre volte il cibo che esso ci restituisce sotto forma di carne, latte e uova.

L‘acqua impiegata nella produzione di foraggi, farine e per abbeverare gli animali rappresenta fino all’87% del consumo mondiale: pensate che occorrono più di 16 chili di foraggi per produrre un chilo di carne e, in media, occorrono da 13.000 a 15.000 litri per ottenere un kg di di carne da bovini alimentati con cereali (http://waterfootprint.org/).

L‘acqua impiegata nella produzione di foraggi, farine e per abbeverare gli animali rappresenta fino all’87% del consumo mondiale

D’altro canto, anche la deforestazione per ricavare terreno da pascolo è legata all’enorme consumo di alimenti di origine animale, a causa del quale, tra il 1990 e il 2008, sono state abbattute almeno 9 milioni di ettari di foreste in varie parti del mondo, secondo il rapporto 2013 dell’Unione europea «The impact of EU consumption on deforestation».

Insomma, ci sarebbe da ringraziare chi prova a rimediare a questo sfacelo attraverso le proprie scelte quotidiane, pur consapevole che la strada per un sistema migliore è ancora lunga.

Promuovere l’educazione alimentare verso modelli più sani e sostenibili credo che sia la vera strada da percorrere, in modo da responsabilizzare le nuove generazioni ad un uso più attento delle risorse che il nostro Pianeta ci offre. Allo stesso tempo dovremmo promuovere un sistema produttivo più sostenibile, non intensivo e che accorci le filiere.

Questo paese ha consegnato alla storia la bellissima eredità delle sue tradizioni alimentari: la nostra dieta mediterranea, patrimonio dell’Unesco e sinonimo di alimentazione sana ed equilibrata . Eppure ormai le nostre tradizioni le abbiamo messe in un bel cassetto ammuffito e sostituite con una dieta industriale e iper proteica ispirata dalla bandiera a stelle e strisce.

 

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