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Nucleare: quanto ci costeranno i calcoli elettorali del governo?

Si sa, l’Italia è il paese delle emergenze. Finché non succede nulla di grave meglio non svegliare il can che dorme. Meglio lasciare le pericolosissime scorie radioattive in situazioni precarie, in depositi temporanei costruiti in luoghi totalmente inadatti. Meglio non dire alla popolazione il rischio che sta correndo. Meglio non ricordare la motivazione per cui i comuni ricevono denaro, i cosiddetti fondi Scanzano, per mitigare e compensare il rischio gravissimo a cui sono esposti i cittadini che vivono in prossimità di questi depositi.

Ma se in Italia siamo abituati a reagire solo dopo che è successa la tragedia in Europa sono abituati a far rispettare le scadenze. E un’importante scadenza per l’Italia era il 31 dicembre 2014. Entro quella data il nostro Governo avrebbe dovuto presentare un programma nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi. Il programma avrebbe dovuto contenere un piano con soluzioni e scadenze temporali chiare per la gestione dell’eredità nucleare italiana.

L’Europa ha pazientato e, alla scadenza di fine 2014, ne ha fatto seguire altre fino ad una sorta di ultimatum: l’Italia doveva chiarire i suoi progressi riguardo il programma entro il 13 gennaio. L’inadempienza di una politica incapace e distratta su una questione così cruciale per la sicurezza e la salute dei cittadini, insomma, rischia ancora una volta di costarci cara anche dal punto di vista economico.

Ma non è finita qui. E’ dal 13 aprile dello scorso anno che si attende la pubblicazione della carta dei siti potenzialmente idonei (carta CNAPI). La pubblicazione della carta avrebbe anche permesso ai Ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico di dare il via alla successiva fase di consultazione e condivisione allargate alla cittadinanza, rendendo così note a tutti le aree dove il deposito potrebbe essere costruito. Ma forse è proprio da questo confronto che il Governo si vuole svincolare.

Che il continuo rimandare la pubblicazione sia voluto? Magari al fine di evitare reazioni negative da parte degli elettori, qualora i luoghi prossimi al voto coincidessero con le zone di deposito stabilite? L’ennesimo trucchetto elettorale, insomma, che a pagare saranno i cittadini. Sia in termini di sicurezza che economici.

Infine, è bene ribadirlo, manca all’appello anche un altro tassello per la gestione del passato nucleare italiano: l’ente di controllo, l’Ispettorato per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (ISIN). Dopo la nomina catastrofica alla sua direzione di Antonio Agostini, tutto si è fermato. Una nomina scandalosa perché priva dei requisiti di competenza nel settore e della ‘indiscussa moralità’ richiesta dalla direttiva, dato che l’Agostini è attualmente indagato per la gestione clientelare di fondi comunitari.

Intanto, mentre questa vergognosa situazione, tra silenzio e disinformazione, passa in sordina si continuano a costruire depositi temporanei in zone totalmente inadeguate come quella di Saluggia, in Piemonte. Un’area che già ospita la maggior parte delle scorie nucleari italiane e che è ad altissimo rischio. Il deposito è, infatti, situato tra tre corsi d’acqua (la Dora Baltea e i canali Cavour e Farini) e si trova circa a un chilometro e mezzo dai pozzi dell’acquedotto del Monferrato, il più grande del Piemonte, che serve circa 150 comuni. Non serve un genio per capire che è folle lasciare rifiuti nucleari (per la maggior parte allo stato liquido) parcheggiati in un luogo dove un eventuale rilascio di radioattività potrebbe contaminare, tramite i corsi d’acqua, tutta la Pianura Padana e l’Adriatico.

È difficile immaginare un posto peggiore per ospitare delle scorie nucleari. Eppure, tra ritardi, scandali, mazzette per gli appalti e la propaganda di regime che promette sviluppo e posti di lavoro per il territorio, questo triangolo di terra rischia di restare la pattumiera nucleare d’Italia ancora per molto tempo.

O forse per sempre… Perché ad oggi nella stessa area ha preso il via l’ennesimo cantiere per creare un ulteriore deposito temporaneo, di cui non è ben chiara l’utilità dato che dovrebbe essere pronto pochi anni prima del deposito nazionale delle scorie. A meno che non si dia per scontato che le inadempienze del governo ritarderanno a chissà quando la costruzione del deposito o, peggio ancora, che il Piemonte sarà il sito destinato ad ospitare il deposito nazionale.

Resteremo noi la pattumiera nucleare d’Italia?

 

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