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Olio di palma: atroci violenze per far spazio a piantagioni

È notizia di questi giorni il perpetuarsi delle violenze ai danni delle popolazioni indigene dell’Indonesia per far spazio a nuove piantagioni di olio di palma. Questa volta il bersaglio delle multinazionali produttrici dell’olio tropicale più usato dalle nostre industrie alimentari è la tribù degli Orang Rimba, un popolo nomade di cacciatori e raccoglitori che vive da sempre nella foresta, sull’isola di Sumatra, uno dei luoghi più ferocemente colpiti proprio dalla produzione di olio di palma.

Secondo quanto si apprende da Survival International la tribù sarebbe stata attaccata e spogliata dei propri averi e delle proprie terre.

Già da tempo il governo indonesiano aveva istituito un parco nazionale per proteggere gli Orang Rimba ma, al contempo, ha venduto gran parte delle stesse terre a società produttrici di olio di palma, legname e altri prodotti agricoli. Molti Orang Rimba si sono ritrovati quindi a vivere all’interno delle stesse piantagioni, sopravvivendo grazie alla raccolta di semi di palma da olio e alla caccia. Ma non basta! Proprio l’abitudine di raccogliere i semi caduti dagli alberi ha fatto sì che la tribù venisse accusata di furto da parte della società che opera nell’area: la Badan Kerjasama Perusahaan Perkebunan (BKS PPS) di proprietà di Sinar Mas e pensate un po’… certificata RSPO!

Ebbene sì. Tutto questo è opera di una società a cui è stato concesso il certificato di sostenibilità. Quel certificato che l’Unione Italiana Olio di Palma Sostenibile sbandiera come garanzia di affidabilità e responsabilità. Alla faccia della sostenibilità!
Le ultime notizie riportano fatti sconvolgenti: sebbene gli indigeni, a seguito delle forti pressioni e delle minacce, abbiano deciso di lasciare l’area, pare che gli addetti alla sicurezza della BKS abbiano comunque attaccato e picchiato alcuni membri della tribù, dando poi fuoco ai loro rifugi, ai loro veicoli e a centinaia di abiti e stoffe, distruggendo così le loro uniche ricchezze.

Tutto questo è inaccettabile. E non è che l’ennesimo episodio di questo genere! Come M5S da tempo denunciamo quanto la produzione di olio di palma danneggi irreversibilmente le funzioni eco-sistemiche delle foreste tropicali con conseguenze tragiche sulla sussistenza delle popolazioni autoctone e indigene, private dell’accesso alla terra e alle risorse naturali, a vantaggio delle monocolture di palma.

Secondo il Forum Permanente sulle questioni indigene delle Nazioni Unite, 60 milioni di indigeni nel mondo corrono il rischio di perdere i mezzi di sussistenza e di conseguenza la possibilità di sopravvivenza alimentare a causa dell’espansione delle piantagioni. Tutto ciò avviene in palese violazione dei loro diritti.

Chi sopravvive viene costretto a una migrazione forzata, spesso in territori inospitali e inadeguati al mantenimento della propria cultura, tradizione e sovranità alimentare oppure al lavoro forzato su quelle stesse terre che prima erano la loro casa.
Tutto ciò avviene in palese contrasto con la Convenzione per i popoli indigeni e tribali dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO 169), volta a stabilire i diritti delle popolazioni indigene, con particolare attenzione al diritto di proprietà delle terre che da secoli risultano essere funzionali alla loro stessa sussistenza, alla Convenzione sulla diversità biologica delle Nazioni Unite (CDB) e alla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni indigene (UNDRIP), che anche il nostro governo ha firmato impegnandosi così ad attuare politiche che tutelino l’ambiente, le comunità locali e autoctone e la diversità bio-culturale.

Ci domandiamo quindi perché il nostro governo non abbia ancora messo in atto le iniziative necessarie per pervenire in tempi brevi alla ratifica della convenzione sui popoli indigeni e tribali dell’Organizzazione internazionale del lavoro (convenzione ILO 169). Ma soprattutto ci domandiamo che valore abbiano per questo governo gli impegni già presi a livello internazionale se ad oggi nulla è stato ancora fatto per porre fine all’importazione e all’utilizzo di una sostanza macchiata del sangue di interi popoli, causa di deforestazione, sfruttamento del lavoro (anche minorile) e di devastazione di interi Stati.

Il 22 giugno il M5S ha presentato una mozione per chiedere al parlamento italiano di impegnarsi su questo fronte. Attendiamo risposte.

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