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Olio di palma: diffidate di chi si dichiara detentore della verità

DIFFIDATE DI TUTTI COLORO CHE SI DICHIARANO DETENTORI DELLA VERITA’… E NELLO SPECIFICO SU OLIO DI PALMA

di Dario Novellino, PhD (in risposta al post di Olio di Palma: Informazione Vera)
(Dario Novellino – un Master in Antropologia Sociale presso la Scuola di Studi Orientali e Africani e un dottorato in antropologia ambientale presso l’Università di Kent, dove è attualmente affiliato come ricercatore. Dal 1986 il sud-est asiatico è la sua casa nonché il centro delle sue attività di ricerca, la maggior parte delle quali hanno riguardato lo studio e la tutela delle comunità indigene dei Batak e dei Palawan delle Filippine. E’ attivamente impegnato a sostenere queste comunità indigene nei loro sforzi per proteggere l’ambiente e far rispettare i loro diritti).

Pur non essendo il destinatario del suo messaggio mi permetto di offrirle una risposta ad alcune argomentazioni che lei ha sollevato. Le sue affermazioni mi stizziscono non solo per il tono giustizialista di chi pretende di possedere la verità, ma anche perché’ si basano su una serie di preconcetti e luoghi comuni che, proprio in onore della verità, vanno assolutamente superati e, possibilmente smantellati. Tali idee preconcette, infatti, alimentano una visione distorta di ‘progresso’ e ‘benessere’ che è alla base delle ingiustizie perpetrate dall’inizio della colonizzazione fino ai nostri giorni a danno delle popolazioni autoctone ed indigene e, in generale, a discapito del sud del mondo.

Prima di iniziare, ci tengo a premettere che il mio intervento è a titolo puramente personale, non avendo io alcun ruolo nel M5S ed essendo completamente fuori dalla politica e da giochi di potere.  Il mio nome è Dario Novellino, sono tecnicamente un antropologo sociale affiliato all’Università di Kent (UK) ma, nella vita di ogni giorno, sono un difensore dei diritti delle popolazioni indigene, con le quali ho trascorso lunghissimi periodi dal 1986 ad oggi, soprattutto nelle Filippine, Malesia (Sarawak, Sabah) ed Indonesia (Kalimantan e Sumatra).  Ci tengo a precisarlo, non sono tra quelli che le battaglie sociali le fanno a tavolino, consultando documenti e bibliografie, seduti nei loro comodi uffici. La mia esperienza è di chi ha vissuto intensamente a contatto con comunità indigene autosufficienti, dalla cultura straordinaria, e che il taglio commerciale del legname prima, e  l’invasione delle palme da olio poi, ha condannato alla povertà  e ad una miserevole vita di stenti e di privazioni (non solo materiali, ma soprattutto emotive ed affettive).

Ma procediamo punto per punto….
1) La sua tesi di partenza è che non esiste un motivo plausibile per cui si debba boicottare l’olio di palma e non il cacao, il caffè, la soia, la cellulosa, il legname, l’oro delle miniere.

A mio avviso, il rischio del suo approccio è proprio quello di generalizzare su tutto, cercando di fare confluire diverse problematiche in un’unica ed indistinta amalgama, precludendo a priori di affrontarle gli argomenti, separatamente e seriamente.  Benché’ i meccanismi e le dinamiche socio-economiche, politiche ed ambientali che sottendono tutti gli schemi di monocultura sono, difatti, molto simili, non è possibile, però, metter tutto in un unico calderone.  Data la complessità di ogni singola tematica è necessario procedere con passo cadenzato ed – in contesto di ‘advocacy’ e campagne sociali, è preferibile sempre partire dalle problematiche più impellenti e più gravi (che richiedono un intervento immediato) a quelle meno gravi ma che – come lei sottolinea – sono altrettanto importanti.

Il motivo, a mio avviso, per cui la battaglia contro l’industria della palma da olio sembra aver preso il sopravvento sulle altre tematiche che lei cita, e proprio perché’, tra tutti i vari tipi di monocolture industriali, sono proprio le piantagioni della palma da olio ad aver avuto l’impatto più massiccio e disastroso sull’ambiente e sulle cosi dette  ICCAS (Indigenous Peoples and Community Conserved Territories and Areas), ovvero quelle aree gestite in modo sostenibile e da tempi immemorabili da popolazioni autoctone. E’ ovvio che anche l’industria estrattiva deve essere monitorata (ed è già stata oggetto di aspre critiche) per numerose violazione dei diritti umani e dell’ambiente.  Tuttavia le piantagioni di olio di palma rispetto a ‘mining’ causano un’erosione genetica e della biodiversità’ ben più drammatica perché’ si espandono su territori molto più vasti rispetto alle aree generalmente  circoscritte e soggette a ‘mining’ (che sia oro o altri minerali).

Le aree utilizzate per estrazione mineraria possono essere in parte riabilitate (anche se molte compagnie non lo fanno a causa dei costi ingenti), ma nel caso delle piantagioni di palma da olio su vasta scala, non esiste riabilitazione.  Le ruspe eradicano completamente tutta la vegetazione preesistente, fin dalle sue radici.  Il terreno è spianato e privato completamente di tutte le creature animali e vegetali, prima di porre a coltura la fatidica palma da olio.  Inoltre, non mi risulta che ne’ il cacao e neppure il caffe aumentino annualmente e globalmente di circa 1-2 milioni di ettari all’anno (come invece la palma da olio) e non è un caso se l’olio di palma rappresenta il 17% degli agro-combustibili sul mercato globale. Visto che circa 1/3 della produzione dell’olio di palma è destinata all’ Europa,  l’Italia – come altri paesi della comunità europea – ha un ruolo importante da giocare e deve essere chiamata direttamente in causa per gli sconvolgimenti socio-ambientali che le compagnie delle palme da olio stanno portando in tutto il mondo. Gli enormi containers contenenti olio di palma che vengono sbarcati a Marghera per ENI sono un ulteriore testimonianza delle nostre responsabilità.

2) Un altro punto su cui lei argomenta è che “se si azzerasse domani la produzione di olio di palma gli agricoltori di quei paesi semplicemente coltiverebbero qualche altra cosa, magari meno redditizia, che richiederebbe superfici più estese. Non è la palma da olio il problema, è la povertà”.

La sua tesi, nel caso specifico, è basata su un presupposto assolutamente falso.  Lei presuppone, infatti, che sono gli agricoltori locali a decidere di piantare le palme da olio, e che ci sia un ‘pool’ di contadini e ‘smallholders’ che, per scelte autonome e personali, si dedica felicemente alla coltivazione delle palma da olio. Quindi, se privati di tale coltura sarebbero costretti a scegliere dei ‘crops’ meno redditizi e potenzialmente più impattanti sull’ambiente.

Tenga presente che, risaputamene, la palma da olio è africana e le colture tradizionali che le popolazioni locali piantavano (es. in Indonesia e Malesia), prima che il mercato e le grandi lobbies, gli imponessero la palma da olio, erano ben diverse.  Nelle zone basse si piantava riso (paddy rice) e molte altre graminacee, patate dolci, cassava, cucurbitaceae, verdure, spezie, palme da sago, etc., in alcuni areali la coltivazione della palma da cocco era ben sviluppata. Nelle zone collinari e montuose, abitate soprattutto da popolazioni indigene, si piantava il riso di montagna, e soprattutto molti tuberi (root-crops) e numerosi alberi da frutto, anche presenti nelle zone basse, etc. Tali coltivazioni miste che richiedevano, soprattutto nelle zone collinari, la rotazione ciclica dei campi (per non esaurire i nutrienti nel suolo) hanno garantito una vita dignitosa ed un soddisfacente livello di autosufficienza alimentare a molte di queste comunità rurali tradizionali ed indigene (i veri abitanti di Sabah, Sarawak, Kalimantan, etc.). Anche perché l’agricoltura veniva integrata con la caccia  e raccolta.

La povertà è venuta dopo, quando a causa di vari fenomeni esterni (trasmigrazioni di massa da Giava a Kalimantan ed altre isole periferiche finanziata allora dalla Banca mondiale) e poi a causa della deforestazione massiccia per l’esportazione dei legni pregiati ed infine delle piantagioni di gomma e poi di palma da olio, molte comunità autoctone si sono viste private delle loro fonti di sussistenza, della capacità di produrre le proprie sementi, di commercializzare i prodotti della foresta come rattan e damar, di cacciare, pescare, etc.

A peggiorare la situazione ci hanno pensato gli economisti della Banca Mondiale che nel 1990, hanno introdotto la soglia di povertà internazionale di un dollaro al giorno. Tale soglia non tiene in considerazione la differenza che ci può essere tra un indigeno che magari non sa neppure come sia fatto il dollaro ma è perfettamente auto-sufficiente ed il diseredato che vive invece di stenti in una miserabile favelas. Cosi, da un giorno all’altro, almeno 60 milioni di indigeni nel mondo, di cui circa 5 milioni nel Borneo, hanno scoperto di essere poveri. Ma, per fortuna, a tirarli fuori dalla povertà, ci hanno pensato le grandi lobbies, che dopo averli depredati della loro terra , cultura ed identità- nel migliore dei casi – gli hanno offerto qualche lavoro sottopagato in una piantagione di palma da olio, magari certificata da RSPO.

Di fatto, le monocolture di palma da olio, sono antitetiche al concetto di sovranità alimentare, perché privano le popolazioni del loro diritto a produrre i loro alimenti in accordo con i loro territori e la loro cultura.

3) La sua terza tesi è che in “Malesia la superficie forestale netta è in aumento (proprio perché sono riusciti a raggiungere un buon grado di sviluppo).  

Dalla mia esperienza diretta le posso dire che la stragrande parte delle foreste dove ho vissuto a stretto contatto con i Batek (Peninsula Malaysia), Dusun e Murut (Sabah), con i Penan, Kelabit, Kenya, etc. (Sarawak), Orang Banua, Orang Danum, Punan, etc. (Kalimantan) non esistono più.  Oggi, ritornando in quelle aree non trovo nulla di quello che ricordo e che ho lasciato ma – a perdita d’occhio – mi si dipana soltanto un paesaggio monotono e omogeneo di piantagioni di palme da olio.  I fiumi dalle acque cristalline dove pescavo e nuotavo con gli indigeni hanno acquisito una colorazione tra il marrone scuro ed il giallognolo, non vedo uccelli ed animali selvatici, non c’è più nulla, solo palme da olio fino all’orizzonte.  Ma il mio dolore e le mia percezione visiva di un mondo che non c’è più non può avere, nel caso, specifico un valore scientifico.  Le consiglio pertanto di consultare fonti e studi affidabili (rintracciabili sul Web) di associazioni come ‘Global Forest Watch’ che la deforestazione in Malesia l’ha studiata accuratamente producendo mappe inconfutabili che dimostrano come la foresta si sia ridotta drasticamente. Ad esempio Sarawak ha ha il maggiore tasso di deforestazione rispetto a tutti gli altri stati asiatici.  Soltanto il 3% della superficie del Sarawak e’ coperto da aree di foresta ancora intatte ed designate come aree protette. Soltanto il 26% delle aree con copertura arborea restano al di fuori di concessioni industriali ed aree protette. Sempre nel Sarawak, le aree intatte di foresta sono diminuite del 73%: Il 34% tagliate in modo selettivo, ed il 39 % spianate completamente per dare posto a piantagioni industriali (Global Forest Watch).  Ma non è andata meglio neppure allo stato del Sabah con il 52 per cento delle sue foreste di pianura già eliminato e il 29 per cento soggetto a tagli del legname. Solo il 18 per cento di queste è ancora intatto.

Ovviamente se lei preferisce far riferimento invece ai dati di propaganda circolati dal Governo Malese (ad esempio durante l’Expo di Milano) allora troverà le informazioni (che magari le faranno più comodo) come ad esempio: “La Malesia ha allocato il 20% del suo territorio all’agricoltura”, “le foreste pluviali coprono il 60% del suo territorio” e “l’80% dell’intero paese ha copertura verde”; forse quest’ultimo e più credibile degli altri dati se anche la piantagioni di palme da olio e gomma (rubber) vengono incluse nella definizione “copertura verde”.  Il governo Malese mente da sempre e spudoratamente e questo ha già intaccato considerabilmente la sua credibilità agli occhi delle organizzazioni per la conservazione, al livello internazionale.

4) Lei dice che “in Indonesia 250 milioni di persone che stanno ancora uscendo dalla povertà esercitano una forte pressione sulle risorse naturali”.

Ho paura che la sua visione di ‘povertà’ e quindi di benessere è impostata puramente su parametri “economicisti”. La definizione del livello di sviluppo delle nazioni basata esclusivamente sulla considerazione del loro prodotto interno lordo, è non solo miope e arida, ma anche ingannevole. E’ vero si, che il PIL in Malesia ed Indonesia è cresciuto e questo soprattutto grazie all’industria della palma da olio, ma chi è – in realtà’ , che sta beneficiando di tale ‘aumento di ricchezza?. La verita’ è che il livello di PIL, raggiunto in questi paesi, è direttamente proporzionale alla marginalizzazione socio-economica delle popolazioni autoctone (a cui lei non fa mai nessun riferimento). Molto probabilmente, a lei non interessa che l’ Indonesia, ha una ricchezza culturale senza precedenti con 500 idiomi parlati in un paese, però, dove – su almeno 75 milioni di ettari – i diritti consuetudinari delle popolazioni locali sono calpestati.

Cosi culture straordinarie, perdendo la possibilità’ di autosostenersi (come hanno fatto da sempre) sono condannate ad una crescente acculturazione che spesso sfocia nella totale ‘deculturazione’. Consolandoci con l’idea che il PIL stia crescendo e che la gente stia uscendo dalla povertà, stiamo perdendo delle pagini insostituibili della storia della nostra umanità. Intere etnie costrette a perdere la loro identità, lingua e costumi per finire nel grande ‘fagocitatoio’ delle povertà.  Il motivo per cui la pressione sulle risorse naturali da parte delle popolazioni locali è aumentato, è esattamente perché’ tra monoculture, estrazione minerarie, etc. interi territori stati dato in mano a corporazioni e grandi lobbies e quindi  i gruppi indigeni si sono trovate a vivere in aree sempre più ristrette e ciò, naturalmente, ha portato al sovra-sfruttamento delle poche risorse disponibili.

 5) Lei afferma che la palma da olio è da 5 a 10 volte più produttivo degli altri oli, sostituirla a livello mondiale con altri oli vegetali sarebbe un suicidio ambientale. Più suolo, più pesticidi, più fertilizzanti, più acqua, più input energetici.

Io non sono un esperto di oli vegetali, ma certamente le mie basilari conoscenze di etnobotanica mi hanno insegnato che ogni pianta ha il suo areale ed ambiente specifico per crescere e riprodursi, ed ogni specie ha bisogno di particolari terreni, tassi di umidità, presenza o assenza di piogge, etc. E’ ovvio che la palma da olio africana, essendo una pianta tropicale, cresce bene proprio in quegli areali dove sono concentrati gli ultimi santuari di foresta primaria e le popolazioni indigene che vi abitano.  Ciò vuol dire che l’espansione delle palma da olio (che, al momento, è  in atto in Africa ed America Latina) entra inevitabilmente in competizione con le ultime aree di foresta umida.  Quindi, diventa difficile immaginarsi come questa espansione massiccia possa continuare senza causare ulteriore deforestazione e l’abbattimento delle ultime foreste del nostro pianeta. Non tutte le piante da cui si può estrarre olio (pur essendo meno produttive) hanno bisogno di climi tropicali e tali coltivazioni potrebbero essere distribuite e pianificate, nel modo più sostenibile possibile, anche in climi temperati.  Tuttavia, ciò che si produrrebbe nei paesi a clima temperato non soddisferebbe il fabbisogno mondiale, ma almeno rappresenterebbe un contributo, nonché’ un tentativo per mitigare l’espansione senza controllo della palma da olio.

La mia opinione personale è che nelle aree dove è già stata piantata la palma da olio, e dove le piantagioni son ormai ben sviluppate, bisogna forse andare avanti con la produzione.  Questo perché sarebbe impossibile bonificare tali estensioni, ripristinare la foresta primaria, introdurre altre piante da olio negli stessi suoli e dare un’alternativa economica alla gente ormai ‘ingabbiata’ in tali piantagioni. Le palme da olio – come lei saprà – sono resistentissime; ho amici indigeni che hanno cercato di eliminarle dai propri terreni e lo hanno fatto con grande fatica. Chi ci a provato con i propri mezzi ha dovuto usare l’ascia, perché’ la catena della motosega si impastava con il materiale oleoso e la segatura prodotta durante il taglio, non consentendo l’utilizzo efficiente di questo strumento. E dopo aver eliminato il tronco, rimaneva comunque il problema delle radici che per la loro consistenza: molto profonde e molte dense anche in superficie, non sono facilmente rimovibili, soprattutto con strumenti agricoli tradizionali.

Sicuramente, ciò che ritengo assolutamente necessario è bloccare l’espansione di nuove piantagioni mentre, per quelle esistenti, bisognerebbe cercare di garantire il massimo della ‘sostenibilità’ e risarcimenti adeguati alle comunità locali che sono state forzatamente private dei loro territori. In altre parole, la produzione dell’olio di palma dovrebbe essere libera da qualsiasi sfruttamento illegale delle terre, dalla distruzione delle foreste vergini e paludi di torba. Tuttavia, queste modalità di sfruttamento (distruzione) non sono considerate necessariamente illegali in molti dei paesi dove si pianta la palma da olio.

6) Lei suggerisce di fare una battaglia insieme ai consumatori per migliorare i protocolli di produzione e certificazione sostenibile, e che se si lavora in tal senso per la palma da olio bisognerebbe fare altrettanto per il cacao,  la soia, la cellulosa, etc.

Questo tipo di battaglia va fatta soprattutto con i grandi produttori di olio di palma ed ovviamente con RSPO (Round Table on Sustainable Palm Oil). Le certificazioni di sostenibilità come quelle di RSPO non servono a nulla se non c’è un’implementazione seria e puntuale degli ‘standards’ stessi a cui RSPO fa riferimento. E’ questo sembra essere il motivo fondamentale per cui RSPO ha progressivamente perso credibilità.  Ha tutto questo si aggiunge la mancanza di imparzialità che RSPO ha mostrato nei confronti dei suoi membri che avevano infranto le regole, in aggiunta  all’ incapacità di agire prontamente su denunce reclami e violazioni commesse, appunto, dai suoi  membri. Va sottolineata, anche la mancanza di un meccanismo di ricorso credibile e trasparente, al quale le popolazioni possono fare affidamento per difendere i propri diritti.

Da quanto dichiarato dalle stesse aziende che fanno capo all’Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile, il 100% dell’olio di palma che usano è certificato RSPO.  Bisognerebbe, però, raccontare alla gente che le certificazioni di RSPO iniziano soltanto nel 2005 e quindi, all’ignaro consumatore, non è dato di sapere come queste piantagioni si sono costituite e quali sono stati i costi umani ed ambientali per realizzarle.  Non è un caso che alcune delle popolazioni indigene con le quali ho vissuto, i loro campi coltivati e le loro foreste, si trovavano esattamente nel luogo dove oggi sorgono le piantagioni di compagnie, membri di RSPO. Questa gente ha perso tutto, le proprie terre, i luoghi dove i loro antenati hanno vissuto per millenni, eppure a loro non è stato dato nessun risarcimento per l’enorme danno subito.

Quindi il consumatore deve sapere che, indipendentemente dal fatto se l’olio che ingerisce è certificato o no RSPO, quell’olio è intriso della sofferenza di persone i cui terreni, le loro stesse vite, la loro stessa cultura è stata usurpata per dare posto alle piantagioni di palma da olio, diventate ora ‘sostenibili’ perché è ritornato utile a molti dagli un ‘marchio’.

Suppongo che a lei non interessi un bel niente se, in Colombia, la compagnia Poligrow (membro di RSPO) si è accaparrata illegalmente gran parte di queste terre, con l’aiuto di paramiliari e autorità corrotte che hanno venduto irregolarmente territori ottenuti con false titolazioni o considerati “senza proprietà”. A Mapiripán i paramilitari di Stato hanno compiuto diversi crimini, tra i quali il più feroce fu il massacro realizzato tra il 15 e il 20 luglio del 1997, quando per 5 giorni torturarono e uccisero ininterrottamente diversi abitanti del municipio, con la regia di alti comandi militari e la complicità/silenzio delle autorità nazionali e locali. Negli anni, oltre 15.000 persone hanno dovuto abbandonare la zona a causa delle minacce e delle aggressioni paramilitari che difendono le piantagioni della palma da olio, andando a confluire in quell’enorme fiume di disperazione e sfollamento degli oltre 6 milioni di profughi interni, triste primato mondiale della Colombia. Suppongo che non le interessa neppure sapere che tra il 2005 ed il 2010, il governo della Liberia ha dato in concessione il 50% dei terreni pubblici adibiti ad usi civici, per far spazio a grandi piantagioni di palma da olio, imprese minerarie e del legname.  Le concessioni per le palme da olio sono in mano a due compagnie, entrambi membri di RSPO (Golden Veroleum Liberia (GVL) e Sime Darby (SD). Quest’ultima, nel 2009 ha firmato un contratto di locazione della durata di 63 anni con il governo della Liberia per un’estensione totale di 311,187 ettari, per un prezzo do soli 5 dollari per ettaro per anno, in violazione totale dei diritti delle comunità locali.   E che dire poi nello stato indonesiano del Papua, dove nel 2015, almeno cinque persone appartenenti a gruppi indigeni sono state arrestate e torturati soltanto perché’ avevano espresso il loro dissenso in merito a permessi per piantagioni di palma da olio, imposti forzatamente nei loro territori ancestrali. Nello stesso stato la compagnia Nabire Baru (membro RSPO) è stata anche accusata di utilizzare guardie armate delle forze speciali di polizia per terrorizzare le comunità’ ed espandere le proprie operazioni di espansione a danno di nicchie ecologiche molto importanti, aree sacre piantate a sago, da cui dipende la loro sopravvivenza. La lista di violazioni commesse dalle piantagioni delle palme da olio (anche quelle che fanno capo a RSPO) è così lunga, atroce e drammatica che è impossibile sintetizzarla in questo messaggio. Ma sarò ben lieto di fornire a chi lo desideri tali dati, anche per quanto riguarda altre regioni del mondo (Filippine, Peru, Indonesia, etc.).

Per quanto riguarda la necessità di certificazioni anche per cacao, caffè, etc., non sarebbe certo un’idea malvagia. Anche se certificazioni già esistenti per legname, pellets, etc. non sembrano aver fatto la differenza.

7) Lei cita WWF e Greenpeace come organizzazioni contrarie al boicottaggio.  In merito a Greenpeace ritengo sia stato vergognoso ed imperdonabile da parte loro suffragare la campagna recente di Ferrero su ‘nutella’. Ma preferisco entrare nel merito di queste questioni direttamente con gli interessati, se ne avrò la possibilità. Per quanto riguarda WWF, la stima che ho nei confronti di quest’ultima si è progressivamente ridotta a causa del poco rispetto mostrato per popolazioni indigene costrette ad abbandonare i loro territori o a non poter esercitare le loro attività tradizionali (es. caccia) quando, in tali aree, sono state istituite aree protette e parchi nazionali. Non è una caso che, recentemente, Survival International ha lanciato una denuncia formale sulle attività del Fondo mondiale per la natura (WWF) in Camerun, per la violazione dei diritti indigeni. Questa è la prima volta che una organizzazione per la conservazione è stata oggetto di una denuncia presso l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), utilizzando una procedura più normalmente invocata contro le multinazionali.8) Lei sostiene che la menzogna più fastidiosa è sostenere che l’espansione delle piantagioni delle palme da olio peggiora le condizioni sociali delle popolazione locali.

Purtroppo, me lo lasci dire, non c’è niente di più vero! Nel corso di questi ultimi otto anni ho documentato personalmente come nelle Filippine (Isola di Palawan) le condizioni delle popolazioni locali sono drammaticamente peggiorate a causa dell’invasione delle palme da olio. Da popolazioni dipendenti da un’economia agricola tradizionale, oggi si trovano indebitate fino al collo sia con le compagnie sia con la banca che le ha finanziate.  La malnutrizione è aumentata, la gente non sa più dove procurarsi le piante medicinali che tradizionalmente usava per curarsi e non ha neppure i soldi per compare medicine prodotte industrialmente.  Le loro palme da cocco sono state attaccate a migliaia da parassiti come la Brontispa longissima ed il punteruolo rosso che, prima dell’arrivo delle piantagioni, non esistevano in loco.  La distruzione massiccia della vegetazione naturale per creare nuove piantagioni di palma, ha causato un incremento esponenziale dei roditori che attaccano i campi dei pochi contadini che ancora tentano di resistere alla palma da olio, mai i cui raccolti sono diventati sempre più poveri. La gente non sa più dove procurarsi il materiale per costruire le case, le foglie per i tetti, le fibre per intrecciare le ceste e tutto ciò di cui necessita nel quotidiano.  Se vuole le invio i rapporti dettagliati, con immagini, rilevamenti GPS, interviste ai locali, filmati, etc. Numerose fonti ormai lo dimostrano: le piantagioni su larga scala aggravano la crisi alimentare globale. Secondo fonti riservate della Banca Mondiale, in alcune regioni, gli agro combustibili avrebbero causato un aumento fino al 75% del prezzo degli alimenti.

Bisognerebbe investire di più nell’agricoltura contadina quella che genera cibo per la popolazione locale, invece di sostituire questi fondamentali serbatoi di cibo per le comunità in monocolture, la cui produzione è in buona parte destinata all’esportazione. E’ assolutamente falso sostenere che grazie alle piantagioni di palme da olio la gente finalmente riesce a dare tre pasti al giorno ai propri figli.  Al contrario, la loro dieta si è impoverita, perché la gente che è ormai costretta a vivere nelle piantagioni, ha cessato di coltivare i ‘crops’ tradizionali. Quel po’ che guadagna con il lavoro delle piantagioni lo spende per acquistare cibo che, per qualità, genuinità e proprietà nutritive, è digran lunga inferiore rispetto a quello che tradizionalmente produceva.

Per quanto riguarda il lavoro minorile, questo tende appunto ad aumentare con le piantagioni di palma da olio, perché’ le famiglie non riescono a sbarcare il lunario con quel po’ che guadagnano e quindi cercano di aumentare la forza lavoro mandando i propri figli a lavorare nelle piantagioni, per far quadrare il bilancio. E di questo le compagnie della palma da olio ne approfittano.

9) Salubrità. Lei sostiene che con la stessa energia con cui si mette in discussione la salubrità dell’olio di palma bisognerebbe metter in discussione anche il burro, l’olio di cocco, il formaggio, il cioccolato, le uova, il tiramisù fatto in casa della nonna, etc.  

Ma si rende consto della fallacità del suo argomento? La battaglia contro l’olio di palma non è una battaglia generica contro i grassi saturi o i cibi che eventualmente alzano la linea del nostro colesterolo, è una battaglia contro un mercato ingiusto che mira al profitto nudo e crudo a discapito sia delle popolazioni locali che dei consumatori.

E’ ormai ben risaputo che i grassi saturi contenuti nell’olio di palma sono di qualità inferiore rispetto a quelli del burro, che comunque rimane un prodotto naturale sia per il processo di lavorazione che per l’origine stessa del materiale madre. Se poi nel latte di mucca ci si trovano gli ormoni e se gli animali non sono allevati secondo criteri etici questo è un altro discorso, che ha che fare con certe logiche di mercato tese a massificare la produzione a discapito della qualità.

Non sono un nutrizionista, ma le mie conoscenze sull’argomento circa la genotossicita’ e cancerogenicità dell’olio di palma vengono da studi scientifici (come quelli dell’ European Food Safety Authority – EFSA) che, fino a questo momento, non sono stati ancora smentiti.

Su una cosa non si discute: ai nostri figli dobbiamo garantire i migliori cibi possibili.  Quando si arriva al punto di includere olio di palma anche negli alimenti dei lattanti, vuol dire che abbiamo raggiunto (con la complicità dello Stato e di organizzazioni come quella che lei rappresenta) un livello di immoralità senza precedenti.

10) Lei sostiene che molte industrie hanno eliminato l’olio di palma per pure questioni di marketing. 

Forse in questo ha ragione, ma per chi si trova dall’altra parte del muro, questo rappresenta comunque un successo ed un cambiamento di rotta che potenzialmente (spero) avrà un potere trainante. Quindi, indipendentemente, da quali siano le motivazioni, ritengo che i consumatori tutti debbano gioire perché’ gli è stata data finalmente la possibilità di scegliere cosa mangiare e decidere se optare per “il biscotto con o senza olio di palma”. Questo comunque è un successo della democrazia, e di chi in queste campagne ci ha messo l’anima e la faccia. Sul carburante diesel, però, non ci è permesso ancora di scegliere; qui l’olio di palma ce lo hanno imposto…ma non è detto che sarà sempre così. Varie organizzazioni si stanno mobilitando anche a questo riguardo nel tentativo di incoraggiare un’ inversione di marcia.

Bene…per oggi ho finito. Credo di avere dedicato abbastanza tempo a demistificare alcune delle sue costruzioni, nella speranza di aver fatto anche un po’ di chiarezza nel consumatore di tutti giorni, sempre più bombardato da informazioni contrastanti su olio di palma e palme da olio.

Intanto, spero che l’onorevole Mirko Busto accetti il suo cortese invito a volare con lei in Indonesia, per toccare di sua propria mano la verità messianica su olio di palma, di cui lei si è eletto a sommo sacerdote. Io invece, se mi permette, mi limiterei ad invitarla a seguirmi  in un trekking in Sarawak o Kalimantan, anche se non posso, pero’, anticiparle quali saranno le reazioni dei ‘cacciatori di teste del Borneo” alle sue argomentazioni.  Ci pensi, e con un po’ di coraggio, mi faccia sapere.

 

 

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