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Renzi, un mare di trivelle

Il premier fossile Matteo Renzi, modello globale di democrazia con una insana passione per le trivelle petrolifere e una innata incuranza per i cambiamenti climatici, non demorde. Oltre a non avere dedicato neppure un misero tweet all’Enciclica di Papa Francesco (forse perché suggerisce l’esatto opposto delle politiche neoliberiste e inquinanti dell’ex boyscout fiorentino), insiste con il volere fare cassa saccheggiando le poche risorse naturali rimaste in Italia.

Illuminato come è, infatti, petro-Renzi è convinto che l’economia italiana possa crescere non solo all’infinito (in un ambiente dalle risorse finite), ma anche che può farlo puntando sull’estrarre quattro gocce di petrolio dai fondali mediterranei. Chi fa notare che per un paese come l’Italia sarebbe meglio puntare sul turismo, magari in chiave sostenibile, secondo il trivellatore folle è probabilmente un ingenuo sognatore.

Il decreto Sblocca-Trivelle del suo governo patacca, in effetti, è stato concepito per non avere limiti, proprio come la crescita che sogna. Per come è stato concepito toglie infatti alle Regioni il potere di veto sulla ricerca e sulla trivellazione di pozzi di petrolio e di metano. Non solo, è talmente ambizioso che, per il bene dell’economia (di pochi), prevede attraverso la Strategia energetica nazionale (Sen) di raddoppiare entro il 2020 l’estrazione di idrocarburi in Italia: fino a 24 milioni di barili equivalente all’anno.

Nei sogno erotici del trivellatore di Pontassieve, si prevedono grazie alle trivelle “investimenti per 15 miliardi di euro, 25 mila nuovi posti di lavoro e un risparmio sulla fattura energetica nazionale di 5 miliardi all’anno”, più un miliardo di euro extra di introiti fiscali ogni anno. E pure un leccalecca per i bambini, perché no?

La realtà è però diversa: di petrolio in Italia non ce n’è a sufficienza per essere sfruttato in modo da ottenere vantaggi economici. Secondo, anche se ci fosse noi non siamo il Texas, e le coste adriatiche, lucane o siciliane hanno molto più da offrire, a turisti già costantemente in calo, che non delle sporche piattaforme petrolifere.

E non voglio nemmeno pensare agli effetti di un incidente come quello della Deepwater Horizon, nel Mare Nostrum. O a quelli sulla nostra flora e fauna marina dell’airgun, pratica devastante usata dai pazzi che cercano gas e petrolio nei nostri mari, ovviamente supportata dal lupetto di mare.

Recentemente, infatti, “il Ministero dell’Ambiente ha dato il via libera ad un progetto di 16.169 chilometri quadrati di mare – da Otranto fino al Gargano, un’area pari quasi all’estensione del Lazio – in cui i petrolieri potranno cercare greggio usando gli airgun: esplosioni di aria compressa due volte più rumorose di un aereo in fase di decollo”, fa presente Greenpeace Italia, ideatore della geniale Campagna Trivadvisor.

Il petrolio a mare che si è calcolato nel territorio italiano è di 11 milioni di tonnellate, il consumo di un paio di mesi di petrolio e di un solo mese in termini di consumi totali di energia. E Renzi il trivellatore folle, per queste ridicole quantità, vuole devastare ciò che rimane dei nostri mari?

Ripeto: non sarebbe quindi meglio puntare da una parte su turismo ecosostenibile, dall’altra su efficienza energetica, rinnovabili e mobilità sostenibile? Il premier giovane fuori e vecchio dentro potrebbe rimanere sorpreso nel vedere che questo gioverebbe molto più all’economia nazionale, che non le sue fossili ossessioni.

Capiamo che il Presidente del Consiglio, viste le sue frequentazioni, deve fare regali a destra e a manca – l’unico guadagno sarebbe per chi estrae (8 miliardi di dollari circa). Ma sacrificare così tanto per così poco non è sensato.

Ma di sensato Renzi ha detto in effetti ben poco, da quando è comparso sulla scena.

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