Attività M5S

Sfascia Italia, articolato

Camera dei Deputati – Gruppo Parlamentare M5S
UFFICIO LEGISLATIVO – COMMISSIONE AMBIENTE
D.L. SBLOCCA ITALIA
MISURE URGENTI PER L’APERTURA DEI CANTIERI,
LA REALIZZAZIONE DELLE OPERE PUBBLICHE, LA
DIGITALIZZAZIONE DEL PAESE, LA SEMPLIFICAZIONE
BUROCRATICA, L’EMERGENZA DEL DISSESTO IDROGEOLOGICO
E PER LA RIPRESA DELLE ATTIVITÀ
PRODUTTIVE1.
1 La scheda, che contiene contributi anche di altre commissioni, è basata sui testi non ufficiali. Al momento il provvedimento
non è ancora stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale.
Introduzione 2
CAPO I – MISURE PER LA RIAPERTURA DEI CANTIERI 2
CAPO II –RETI AUTOSTRADALI E DI TELECOMUNICAZIONI 4
CAPO III – MITIGAZIONE DEL DISSESTO IDROGEOLOGICO 5
CAPO IV – SEMPLIFICAZIONE BUROCRATICA 6
CAPO V – RILANCIO DELL’EDILIZIA 8
CAPO VI – PORTI E AEROPORTI 10
CAPO VII – IMPRESE 11
CAPO VIII – AMBIENTE 11
CAPO IX – ENERGIA 13
CAPO X – DISPOSIZIONI VARIE 14

INTRODUZIONE
Sembra che il decreto “sblocca Italia” sia ormai in dirittura d’arrivo. Dopo diverse settimane dal
primo annuncio di un raggiante Matteo Renzi, che all’inizio di agosto spiegava con grande enfasi
ad una compiacente platea di avere individuato gli ostacoli alla crescita ed allo sviluppo del Paese
e che il salvifico provvedimento che aveva in serbo avrebbe sradicato in men che non si dica.

Ci sono voluti circa 40 giorni perché il provvedimento, di cui sono già circolate numerose
versione, vedesse finalmente la luce e, pur con qualche cautela, considerato che il testo deve
ancora essere pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, si possono iniziare a fare alcune valutazioni
sul contenuto. Il quadro che emerge è quello di un provvedimento basato più sul marketing che
sulla sostanza. Una buona metà delle norme sono incompatibili con lo strumento del decretolegge,
perché, essendo di carattere ordinamentale – se non addirittura di indirizzo -, sono prive
dei requisiti di urgenza che il nostro ordinamento impone agli atti emanati ai sensi dell’articolo 77
della Carta Costituzionale e andrebbero semplicemente stralciate dal testo. Inoltre vi sono molte
disposizioni che si sovrappongono abbastanza inutilmente al già confuso quadro normativo,
prevedendo misure ed azioni che non hanno alcun bisogno di una specifica disposizione di
legge. Anche sotto il profilo degli investimenti il provvedimento non sembra aggiungere molto
al panorama attuale e le risorse individuate sono frutto di una partita di giro (si usano fondi già
esistenti) e saranno effettivamente disponibili a partire dal 2017.

Quello che preoccupa di questo provvedimento è lo spirito tutto berlusconiano che incarna.
Parte da una prospettiva di vecchio stampo economicistico, abbagliata dal totem del PIL come
faro illuminante, e che punta a spazzare via ogni elemento che possa rallentare il galoppo (ma
in realtà non siamo neppure al piccolo trotto) della nostra economia. E così vanno cancellate
le norme urbanistiche, si devono prevedere deroghe alla tutela paesaggistica, vanno aggirate
le norme di valutazione di impatto ambientale, si devono ridurre i tempi, azzerare le pratiche,
eliminare i controlli, zittire cittadini e associazioni, nella convinzione che il freno all’economia
derivi dal quadro di norme e regole faticosamente costruito per tutelare l’ambiente, la salute e per
garantire la massima ponderazione possibile su scelte infrastrutturali, urbanistiche, energetiche
e strategiche. L’idea di poter rilanciare l’economia secondo un modello diverso sembra molto
lontana dalla cultura di Renzi e di Lupi. Dell’intero provvedimento si salva ben poco e l’impianto
appare difficilmente emendabile.

CAPO I – MISURE PER LA RIAPERTURA DEI CANTIERI
L’articolo 1 affida all’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato (Michele Marco Elia) il
compito di accelerare la realizzazione delle tratte ferroviarie Napoli-Bari e Messina-Catania-
Palermo. La strategia attraverso la quale il Governo ritiene di poter ridurre i tempi è basata sullo
strumento del commissariamento e su ulteriori alleggerimenti procedurali, persino rispetto alla
legge obiettivo. La gara potrà essere bandita anche con i soli progetti preliminari e i tempi per la
consegna dei lavori saranno ridotti (all’esito di una conferenza dei servizi puramente simbolica,
dove non saranno ammesse contrarietà all’opera, ma solo su dettagli progettuali e dove, anche in
caso di dissenso “motivato”, il commissario ha il potere di decidere comunque) a soli 120 giorni,
pena la revoca del mandato di commissario. Inutile dire che sono previste ampie deroghe alle
norme procedurali, meccanismi di silenzio-assenso e l’automatica dichiarazione di indifferibilità e
urgenza delle opere. I commi 10 e 11 prevedono l’approvazione del contratto di programma tra
RFI e il Ministero delle infrastrutture, con un finanziamento di 220 milioni di euro (scavalcando
Corte dei Conti e Parlamento) e l’approvazione dei contratti di programma relativi agli scali
aeroportuali di interesse nazionale. Per i piani regolatori aeroportuali è previsto che il parere
favorevole della Regione e degli enti locali interessati consenta di bypassare gli strumenti
urbanistici.

L’articolo 2 modifica il codice degli appalti, introducendo la possibilità di levare la concessione
quando venga meno – decorsi tre anni dalla data di approvazione del CIPE – la sostenibilità
economico finanziaria degli stralci in cui è stata suddivisa la realizzazione dell’opera. Con il
comma 4 si estende la modifica della norma sugli appalti operata con il d.l. n. 69 del 2013
(decreto “fare”) in materia di finanziabilità dei progetti alle proposte già dichiarate di pubblico
interesse, precedentemente escluse.

L’articolo 3 è il vero nocciolo del provvedimento, visto che contiene l’individuazione delle
risorse per far ripartire le grandi opere. Il testo ha già subito modifiche rispetto alla prima
versione e non stupirebbero ulteriori cambiamenti. Al momento attuale il Fondo infrastrutture
istituito con il decreto “fare” è incrementato di ben 3,89 miliardi di euro, dei quali appena 68
milioni assegnati agli esercizi finanziari 2013 e 2014 (meno del 2 per cento), 231 milioni per il
2015 (meno del 6 per cento, con 486 giorni dei mille trascorsi), 159 milioni per il 2016 (il 4 per
cento, con 852 giorni dei mille trascorsi). Solo nel 2017 arriverà la prima tranche significativa
della dotazione, con 1073 milioni di euro (il 27 per cento) e 2066 milioni nel 2018 (il 53 per
cento). Le risorse saranno dunque impegnabili da subito, ma spendibili nell’esercizio finanziario
di riferimento. In pratica in cassa ci saranno appena 455 milioni per i primi tre anni (il 12 per
cento del totale).

Le opere finanziate sono le seguenti:
CRONOPROGRAMMA ELENCO OPERE
cantierabili entro il 31 dicembre 2014

Completamento della copertura del Passante ferroviario di
Torino; Completamento sistema idrico Basento – Bradano,
Settore G; Asse autostradale Trieste – Venezia; Interventi
di soppressione e automazione di passaggi a livello sulla rete
ferroviaria, individuati, con priorità per la tratta terminale pugliese
del corridoio ferroviario adriatico da Bologna a Lecce; Tratta
Colosseo – Piazza Venezia della Linea C di Roma appaltabili entro il 31 dicembre
2014 e cantierabili entro il 30
giugno 2015
ulteriore lotto costruttivo Asse AV/AC Verona Padova;
Completamento asse viario Lecco – Bergamo; Messa in sicurezza
dell’asse ferroviario Cuneo – Ventimiglia; Completamento
e ottimizzazione della Torino – Milano con la viabilità locale
mediante l’interconnessione tra la SS 32 e la SP 299-Tangenziale
di Novara-lotto 0 e lotto 1; Terzo Valico dei Giovi – AV Milano
Genova; Continuità interventi Nuovo Tunnel del Brennero;
Quadrilatero Umbria – Marche; Completamento Linea 1
metropolitana di Napoli; rifinanziamento dell’articolo 1, comma
70, della legge 27 dicembre 2013, n.147, relativo al superamento
delle criticità sulle infrastrutture viarie concernenti ponti e gallerie;
Messa in sicurezza dei principali svincoli della Strada Statale 131
in Sardegna
appaltabili entro il 30 aprile 2015 e
cantierabili entro il 31 agosto 2015
metropolitana di Torino; tramvia di Firenze; Lavori di
ammodernamento ed adeguamento dell’autostrada Salerno –
Reggio Calabria, dallo svincolo di Rogliano allo svincolo di
Atilia; Autostrada Salerno – Reggio Calabria svincolo Lauretana
Borrello; Adeguamento della strada statale n.372 “Telesina” tra
lo svincolo di Caianello della Strada statale n.372 e lo svincolo
di Benevento sulla strada statale n.88; Completamento della
S.S. 291 in Sardegna; Variante della “Tremezzina” sulla strada
statale internazionale 340 “Regina”; Collegamento stradale
Masserano – Ghemme; Ponte stradale di collegamento tra
l’autostrada per Fiumicino e l’EUR; Asse viario Gamberale –
Civitaluparella in Abruzzo; Primo lotto Asse viario S.S. 212
Fortorina; Quadruplicamento della linea ferroviaria Lucca Pistoia;
aeroporti di Firenze e Salerno; Completamento sistema idrico
integrato della Regione Abruzzo; opere segnalate dai Comuni alla
Presidenza del Consiglio dei Ministri dal 2 al 15 giugno 2014 o
richieste inviate ai sensi dell’art.18, comma 9, del decreto-legge
n.69 del 2013
3
La copertura finanziaria avviene prevalentemente con l’utilizzazione delle risorse del Fondo per
lo sviluppo e la coesione. In caso di mancato rispetto del crono programma è prevista la revoca
dei finanziamenti, che possono essere a loro volta utilizzati per l’asse autostradale Termoli – San
Vittore; il completamento della rete della Circumetnea; le metropolitane di Palermo e di Cagliari.
All’articolo 4, con una procedura piuttosto singolare, si prevede che la Presidenza del
Consiglio possa intervenire per agevolare la realizzazione delle opere incompiute segnalate
dai comuni alla presidenza del consiglio dal 2 al 15 giugno scorsi. In pratica gli enti locali che
hanno risposto ad una semplice lettera inviata da Palazzo Chigi si ritroveranno a godere di
una semplificazione normativa ad hoc per l’opera segnalata (dimezzamento dei termini della
procedura amministrativa, intervento della cabina di regia del Governo, esclusione dal patto
di stabilità a determinate condizioni). Con il comma 7 viene rifinanziata di 250 milioni la
ricostruzione in Abruzzo.

CAPO II –RETI AUTOSTRADALI E DI TELECOMUNICAZIONI
Con l’articolo 5, il Governo interviene sul tema del rinnovo delle concessioni autostradali,
consentendo agli attuali concessionari di predisporre un nuovo piano economico finanziario, che
dovrà garantire l’equilibrio di bilancio senza ulteriori oneri per lo Stato, le risorse per gli interventi
già previsti e un regime tariffario più vantaggioso per gli utenti. Con il comma 4 si provvede
al riaffida mento diretto di alcune concessioni (A21 Piacenza-Cremona-Brescia e A3 Napoli-
Pompei-Salerno).
L’articolo 6 introduce una serie di agevolazioni per la realizzazione di reti a banda ultralarga e
per le reti di telecomunicazioni.
Il comma I interviene sull’art.33 DL 179/2012 recante “Disposizioni per incentivare
la realizzazione di nuove infrastrutture” prevedendo in favore dei fornitori di servizi di
comunicazione elettronica la possibilità di avvalersi di crediti di imposta su IRES e IRAP
fino a un massimo del 50% dell’investimento effettuato per la realizzazione di reti a banda
ultralarga in zone nelle quali non sono previsti specifici piani attuativi, ricorrendo determinate
condizioni stabilito nello stesso primo comma. Tra le condizioni individuate appare meritevole
di approfondimento quella individuata alla lettera d) del comma 7-ter dell’art. 33 citato che
condiziona il riconoscimento della possibilità di ottenere il credito di imposta alla valutazione
positiva che “d) le condizioni del mercato siano insufficienti a garantire che l’investimento privato sia realizzato
entro 2 anni dall’entrata in vigore del presente decreto-legge”. L’articolo in commento demanda ad un
decreto del Ministro dello Sviluppo Economico la definizioni delle condizioni per operare una
siffatta valutazione che appare determinante per la concessione del beneficio.
L’intervento di per sé non presenta criticità rilevanti. Dubbi permangono, tuttavia, sulla concreta
efficacia dello stesso e sull’interesse dei fornitori a effettuare gli investimenti previsti. E’ un dato
di fatto, infatti, come in alcune zone del Paese i bandi previsti per la realizzazione del Piano
banda ultralarga siano andati deserti per mancanza di interesse da parte degli operatori pur a
fronte del riconoscimento di stanziamenti a fondo perduto. Non si comprende pertanto, cosa
conduce a ritenere che il riconoscimento di un credito di imposta nella misura indicata possa
avere maggior fortuna. Tale intervento si pone in linea di continuità con gli indirizzi del Governo
manifestati nel DEF nel senso di incentivare delle partnership pubblico-privato per la riduzione
del digital divide infrastrutturale che riguarda diversi territori della penisola.
Il secondo comma interviene sull’articolo 6 del DL145/2013, c.d. decreto destinazione Italia
recante “Misure per favorire la digitalizzazione e la connettività delle piccole e medie imprese,
ed in materia di frequenze per il servizio televisivo digitale terrestre, comunicazioni ed agenda
digitale” prevedendo interventi di semplificazione anche per la posa di cavi o tubi aerei su
infrastrutture esistenti per la realizzazione di reti di banda larga e ultralarga. L’intervento
perfeziona il testo del decreto Destinazione Italia e non si segnalano criticità particolari. Bisogna
tuttavia, rilevare come anche in questo caso gli interventi concreti sono demandati a un decreto
del Ministro dello Sviluppo economico, originariamente previsto già dal decreto Destinazione
Italia, che al momento (già da tempo scaduti i termini relativi) non risulta essere stato emanato.
Il comma 3 introduce l’art. 87-ter al Codice delle comunicazioni elettroniche (D.Lgs. 259/2003
e successive modifiche e integrazioni) prevedendo delle semplificazioni per l’aumento delle
altezze, fino a un metro, e della sagoma, fino a 1,5 m, degli impianti per la telefonia mobile. In
luogo dell’autorizzazione sarà sufficiente per la variazione degli impianti la presentazione di
un’autocertificazione.
In mancanza di un’analisi dell’impatto che tali interventi possono avere per il miglioramento
della penetrazione della banda ultralarga mobile non si può esprimere un giudizio sul merito
del provvedimento che, in ogni caso, avrà un impatto sui cittadini che vivono nelle vicinanze
di impianti di telefonia venendo di fatto reso non più necessario il controllo sull’impatto
che l’aumento delle dimensioni degli impianti può avere con riferimento all’inquinamento
elettromagnetico dagli stessi generato.
Il comma 4 si pone in linea di continuità con il precedente eliminando la necessità di ottenere
l’autorizzazione paesaggistica per l’aumento della dimensione degli impianti di cui sopra.
Infine il comma V modifica l’art. 14 comma 8 lettera a), numero 2) del DL179/2012 recante
“Interventi per la diffusione delle tecnologie digitali”:La modifica che non è sostanziale risulta
funzionale ad evitare duplicazioni tra quanto previsto al numero 1) e quanto stabilito al numero
2). Un formulazione più chiara sarebbe auspicabile”.

CAPO III – MITIGAZIONE DEL DISSESTO IDROGEOLOGICO
L’articolo 7, molto corposo, si concentra prioritariamente sulla modifica della parte terza del
TUA in particolare degli articoli relativi alla gestione del servizio idrico integrato e all’affidamento
di tale servizio, andando a normare il vuoto lasciato dalla soppressione degli ATO, ambiti
territoriali ottimali. Per quanto riguarda la prima parte dell’articolo, si può con cognizione di
causa affermare che sia strumentale all’affermazione dei processi di privatizzazione dei servizi
pubblici locali ed in particolare in questo caso dell’acqua.
Tutte le modifiche proposte sono volte ad inserire il principio di UNICITA’ della gestione da
sostituire alla UNITARIETA’ della gestione. Si impone tramite tale modifica il Gestore Unico
del Servizio Idrico Integrato all’interno dei nuovi enti di governo dell’ambito. Tale gestore
unico, guarda caso, sarà scelto tra chi già gestisce il servizio per almeno il 25% della popolazione
che insiste su quel territorio (ovvero solo quelli che sono grandi multi utility) innescando un
meccanismo di privatizzazione dall’alto, meccanismo propedeutico a quanto verrà inserito nella
legge di stabilità in cui con ogni probabilità verrà imposta una ulteriore quotazione in borsa delle
partecipate e nella quale si accoglieranno le indicazioni fornite dal commissario alla spending
review Cottarelli per quanto riguarda l’accorpamento tra società partecipate, con la creazione di
sempre più megautility.
In questo articolato vengono previsti sub affidamenti della gestione del servizio una volta non
previsti. Viene soppresso un comma che imponeva al gestore del servizio idrico integrato di
dover chiedere parere all’Autorità d’ambito (composta degli Enti Locali), prima di poter acquisire
la gestione di altri servizi pubblici locali. Con la soppressione di tale comma si lascia mano libera
al gestore unico di poter gestire anche di altri servizi pubblici locali (es: se ACEA SPA diventa
gestore unico del SII dell’ente unico di governo dell’ambito di Roma città metropolitana, quindi
Roma e Provincia, potrà senza dover chiedere il permesso a nessuno entrare nella gestione anche
dei rifiuti, dei trasporti o di altri servizi pubblici locali). Tale imposizione del gestore unico blocca
ogni esperienza di gestione pubblica tramite azienda consortile come nel caso del consorzio di 10
comuni dell’alta sabina. Perché secondo tali norme il pesce più grande mangia quello più piccolo
e si aggiudica la gestione di tutto il servizio che insiste su quel territorio.
Infine viene inserita una norma blocca ripubblicizzazione, ovvero che blocca i processi di
ripubblicizzazione in atto imponendo al gestore che subentra di corrispondere al gestore
uscente un valore di rimborso definito secondo i criteri stabiliti dall’AEEGSI. Cosa corretta nel
caso che a subentrare sia un privato, cosa impossibile da realizzare qualora sia il pubblico che
voglia tornare a farsi carico della gestione del servizio come da noi auspicato, ma che vista la
pessima condizione dei conti pubblici degli enti locali e sotto il ricatto del patto di stabilità, non
potrebbero mai sostenere una spesa del genere. Ricordo inoltre che in base all’art. 153 del TUA le
infrastrutture idriche sono di proprietà pubblica e che le concessioni di tali infrastrutture sono ad
uso gratuito, quindi il gestore pubblico così dovrebbe rientrare in possesso del servizio pagando
ciò che comunque è già suo!
Per quanto riguarda il rischio idrogeologico a partire dalla programmazione 2015 le risorse
destinate al finanziamento degli interventi per la riduzione del rischio idrogeologico sono
utilizzate attraverso un accordo di programma sottoscritto dalla regione interessata e dal
ministero dell’ambiente. I presidenti delle regioni agiscono in qualità di commissari di governo
contro il dissesto idrogeologico e nell’ambito dei poteri stabiliti dal d.l. 91 del 2014. Il Ministro
dell’ambiente potrà revocare le risorse già stanziate per gli interventi di mitigazione del rischio
idrogeologico, per i quali non sia stato pubblicato il bando di gara o disposto l’affidamento
dei lavori. Dette risorse saranno attribuite ad un apposito fondo per essere riassegnate per le
medesime finalità. i presidenti-commissari potranno anche avvalersi di società in house statali
provviste di adeguata competenza tecnica. Sono anche previste misure semplificative delle
occupazioni di urgenza e delle procedure di espropriazione.

E’ istituito un fondo per le risorse idriche presso il Ministero dell’ambiente, finanziato attraverso
la revoca di risorse già destinate ad interventi di depurazione che non si riescono a realizzare.
Ancora una volta sembra una partita di giro: si prendono soldi già stanziati per una finalità e si
utilizzano per la medesima finalità, sperando che questa volta gli interventi vengano realizzati
sul serio. Per gli interventi finalizzati a correggere le situazioni che hanno determinato l’avvio di
procedure di infrazione, vengono attivate le procedure di commissariamento.
Con il comma 8 vengono stanziati 110 milioni per la sistemazione e messa in sicurezza dei corsi
d’acqua nelle aree metropolitane interessate da eventi alluvionali.

L’articolo 8 interviene per l’ennesima volta sul tema delle terre e delle rocce da scavo, affidando
ad un decreto del Presidente della Repubblica il compito di riordinare e semplificare la materia
con criteri e principi estremamente vaghi, fatta salva l’indicazione di non introdurre norme più
restrittive rispetto al quadro comunitario.

CAPO IV – SEMPLIFICAZIONE BUROCRATICA
Con l’articolo 9 si stabilisce che gli interventi finalizzati alla messa in sicurezza degli edifici
scolastici, alla riduzione dei rischi idraulici e meteorologici del territorio, all’adeguamento
alla normativa ambientale, urbanistica e di tutela dei beni culturali sono da considerare di
“estrema urgenza” e, di conseguenza, godono di una serie di disposizioni di semplificazione
ed accelerazione delle procedure: esclusione di alcune garanzie, riduzione degli obblighi di
pubblicazione, decurtazione dei termini, affidamento con procedure ristrette o addirittura, per la
messa in sicurezza degli edifici scolastici per importi inferiori a 200mila euro, affidamento diretto
da parte del responsabile del procedimento.

L’articolo 10 consente alla Cassa Depositi e prestiti di utilizzare le risorse del risparmio postale
anche per finanziarie investimenti pubblici e privati in molti settori, tra cui: immobiliare,
dell’energia, dell’ambiente, delle calamità naturali e della protezione civile, dei trasporti, piani
europei, ricerca, educazione. In sostanza la cosiddetta “gestione separata” della Cassa DD.PP.
(pari a circa il 95 per cento del risparmio postale, uno stock che corrisponde a 245 miliardi di
euro) potrà essere utilizzata non solamente per il finanziamento degli enti locali per realizzare
opere pubbliche, ma per investimenti di vario tipo, purché abbiano “finalità di servizio di
interesse generale” e mantenendo l’onere di dimostrare la sostenibilità economico-finanziaria
dell’intervento.

Relativamente a questa norma che merita un ulteriore approfondimento è possibile affermare che il Governo intende sempre
di più la Cassa depositi e Prestiti come una cassa per finanziare anche in grandi settori che dovrebbero essere sostenuti dallo
Stato e non dai risparmi dei cittadini. Si prevede sempre di più l’intervento di CDP su iniziative di pubblica utilità non
ben definite, nonché su investimenti finalizzati alla ricerca, sviluppo, innovazione, ambiente ed efficientamento energetico.
Si consideri che secondo quanto affermato dall’Amministratore Delegato Giovanni Gorno Tempini la cassa ha già previsto
inoltre di utilizzare 500 milioni di euro per sostenere i processi di accorpamento tra le partecipate come richiesto dalla
spending review. (Processo definito dallo stesso Gorno Tempini “ il risiko delle municipalizzate”).

Con l’articolo 11 viene modificato il decreto-legge n. 179 del 2012 (c.d. decreto “crescita 2.0”
del Governo Monti), in modo da prevedere ulteriori sconti fiscali per le infrastrutture realizzate
con lo strumento del project financing, non solo per le opere strategiche della legge obiettivo,
ma per qualunque opera pubblica, abbassando la soglia di accesso da 200 milioni a 50 milioni di
euro. Vengono inoltre confermati gli incentivi per il partenariato pubblico-privato, anche se viene
fissato un limite complessivo di 2 miliardi di euro.

L’articolo 12 interviene sulla partita dei fondi comunitari, stabilendo che – per evitare eventuali
sanzioni da parte dell’Unione Europea – qualora vi siano problemi nell’attuazione dei piani
cofinanziati con fondi europei, il Presidente del Consiglio può chiedere al CIPE la revoca del
finanziamento e la sua riattribuzione ad altri interventi, avvalendosi, eventualmente, dei poteri
sostitutivi.

Con l’articolo 13 vengono introdotte alcune modifiche al testo unico degli appalti in relazione ai
c.d. “project-bond”. In particolare viene eliminata la scadenza precedentemente fissata in tre anni
dal decreto sviluppo del Governo Monti (d.l. n. 83 del 2012) sull’equiparazione ai titoli di stato
sotto il profilo fiscale e vengono aggiunte le sostituzioni e il trasferimento delle garanzie tra le
operazioni soggette ad imposte di registro, ipotecarie e catastali in misura fissa. Le nuove norme
prevedono altresì l’estensione del sistema di garanzie e l’ampliamento del perimetro dei possibili
sottoscrittori delle emissioni.

L’articolo 14 stabilisce che il livello di sicurezza delle opere pubbliche non possa superare gli
standard minimi del quadro normativo comunitario, a meno che non venga stilata una stima dei
maggiori costi, l’analisi della sostenibilità economica e finanziaria e la previsione dei relativi tempi
di attuazione. La sicurezza, insomma, è un lusso che sembra non ci si possa permettere.
L’articolo 15 ha l’obiettivo di favorire la nascita di un fondo finanziario privato finalizzato al
sostegno delle imprese di medie e grandi dimensioni (almeno 50 dipendenti). Il fondo, che dovrà
avere una dotazione di almeno un miliardo ed essere sottoscritto da non meno di tre investitori,
sarà gestito da una società individuata attraverso una selezione ad evidenza pubblica.

Lo strumento adottato è quello del fondo pubblico-privato per investimenti in imprese industriali di rilevante dimensione
e con necessità di patrimonializzazione nonché in imprese oggetto di procedure di ristrutturazione societaria e del debito
(quindi, in uno stato di obiettiva e significativa difficoltà economica). Contrariamente ai fondi ad oggi istituiti, soprattutto
a livello regionale, il fondo di cui all’articolo 15 è diretto a finanziare imprese di grandi dimensioni che, seppure operative,
versano in stato di difficoltà economica. Se così è, il fondo rappresenta più uno strumento di finanziamento/risanamento
di grandi imprese industrializzate (e che pertanto dovrebbero garantire un minor rischio d’investimento), che uno strumento
di incentivo all’innovazione e allo sviluppo imprenditoriale. L’investitore nel fondo (ad es. una banca), più che al risultato
positivo dell’investimento, potrebbe essere maggiormente interessato al risanamento dell’impresa per futuri e più redditizi
rapporti commerciali o d’investimento con essa. Restano da valutare le concrete modalità di gestione del fondo, al momento
non definite dalla norma se non limitatamente all’individuazione del soggetto gestore.

L’articolo 16 ha l’obiettivo di rendere possibile l’accordo tra la Regione Sardegna e la Qatar
foundation (la norma si limita ad una generica “partecipazione di investimenti stranieri per la
realizzazione di strutture sanitarie”) per la trasformazione dell’ospedale San Raffaele di Cagliari
in polo sanitario multispecializzato. La partita vale 1,2 miliardi di euro e per renderla possibile è
stato necessario prevedere una deroga al numero di posti letto, non tenendo conto di quelli già
accreditati nella struttura. La Regione Sardegna dovrà approvare un piano di riorganizzazione che
permetta il raggiungimento dell’equilibrio finanziario a partire dal 2018.

CAPO V – RILANCIO DELL’EDILIZIA
L’articolo 17 contiene l’ennesimo intervento di tipo ordinamentale con decreto-legge, in
palese violazione del dettato costituzionale sulle motivazioni di necessità e urgenza che devono
giustificare il ricorso alla decretazione urgente. La norma modificata peraltro è il testo unico
dell’edilizia, norma di carattere regolamentare, varato con D.P.R. N. 380 del 2001.
Superfluo sottolineare che l’aggiornamento del testo è finalizzato quasi esclusivamente alla
semplificazione ed allo snellimento delle procedure, seguendo e rendendo più profondo
il solco tracciato dai diversi governi guidati da Berlusconi. Si interviene sulle volumetrie,
che vengono considerate complessivamente e non per unità immobiliare, si consentono
manutenzioni straordinarie molto disinvolte, con frazionamento e accorpamento delle unità
immobiliari, prescindendo dal carico urbanistico. Si introducono meccanismi compensativi
per gli edifici giudicati non più compatibili con gli indirizzi della pianificazione. Aumentano
i casi in cui è possibile il ricorso alla SCIA in alternativa al permesso di costruire, mentre
si prevede la possibilità di utilizzare la comunicazione asseverata di inizio lavori per alcuni
interventi che in precedenza necessitavano di SCIA (anche se sembra essere stata eliminata la
manutenzione straordinaria). Rimane la possibilità di richiesta di permesso di costruire in deroga
alla destinazione d’uso stabilita dagli strumenti urbanistici (con non pochi problemi di tenuta
del quadro urbanistico complessivo), anche se nell’ultima versione è stato inserito l’obbligo di
passaggio in consiglio comunale per valutarne il pubblico interesse.

Per gli interventi di trasformazione urbana complessa lo strumento attuativo può prevedere che
le opere di urbanizzazione siano realizzate e restino di proprietà privata, anziché il pagamento
degli oneri di urbanizzazione. Non sembra certo la soluzione ideale per garantire la realizzazione
delle necessarie infrastrutture di pubblico interesse.
In qualche misura il nuovo quadro normativo sembra voler privilegiare gli interventi di recupero
del patrimonio edilizio esistente rispetto al nuovo consumo di suolo, ma le norme sembrano più
dichiarazioni di principio che efficaci misure di indirizzo e programmazione.
Infine vengono inseriti due nuovi articoli: il primo introduce il concetto di “mutamento d’uso
urbanisticamente rilevante”, che sembra una sorta di presa d’atto da parte delle amministrazioni;
il secondo istituisce lo strumento del permesso di costruire convenzionato che consiste in
una sorta di accordo tra comune e privato per concedere il permesso di costruire in cambio di
specifici vantaggi per la collettività (anche se l’esperienza insegna che questo genere di accordi è
spesso molto sbilanciata a favore dei privati).

In sintesi l’articolo 17 contiene misure volte a semplificare le procedure edilizie e ridurre gli oneri a carico di cittadini e
costruttori puntando sul recupero del patrimonio edilizio esistente volto alla riduzione del consumo di suolo. Si propongono
semplificazioni ma come specificato al comma 5 non si investe nemmeno un soldo. Tali semplificazioni intervengono tutte
sul testo unico sull’edilizia, nel quale si inserisce, tra le altre cose, una modifica sostanziale passando dalla denuncia
di inizio attività alla segnalazione certificata di inizio attività. Vengono aggiunte due norme, una sul mutamento d’uso
urbanisticamente rilevante (art. 23–ter) e una sul permesso di costruire convenzionato (art. 28–bis) che appare l’ennesimo
regalo ai costruttori che se soddisfano un non meglio definito interesse pubblico riceve dal Comune con una modalità
semplificata, un permesso di costruire convenzionato appunto. In un Paese come il nostro il termine semplificazione sembra
celare quello di “ regalia”.

L’articolo 18 contiene misure volte alla liberalizzazione del mercato delle grandi locazioni ad
uso NON abitativo, ovvero deroghe per la locazione di tali immobili , anche se adibiti ad attività
alberghiera, e con canone annuo superiore a 150 mila euro.
L’articolo 19 sembra prevedere una norma positiva, per quanto irrilevamente, soprattutto
verso il superamento del fenomeno degli affitti in nero e che se fosse migliorata ulteriormente
potrebbe essere utile anche a calmierare gli affitti. In questo articolo infatti si prevede l’esenzione
delle imposte di registro e di bollo per la registrazione dell’atto con il quale le parti concordano
esclusivamente la riduzione del canone di un contratto di locazione ancora in essere.
L’articolo 20, definito “Misure per il rilancio del settore immobiliare”, si concentra
esclusivamente su tale settore, in particolare sulle società immobiliari ridefinendo i requisiti
e le percentuali per le partecipazioni societarie, e non solo. Interviene a modificare
soprattutto l’articolo 1, dal comma 119 in poi, della legge 27 dicembre 2006, n.296 (http://
www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2006-12-27;296 )
L’articolo 21, leggermente modificato nella bozza del 10 settembre, prevede misure per
l’incentivazione degli investimenti in abitazioni in locazione, o meglio in questa nuova versione
prevede una deduzione dal reddito complessivo pari al 20 per cento del prezzo di acquisto
dell’immobile risultante dall’atto di compravendita nel limite massimo complessivo di spesa di
300.000 euro, per chi abbia effettuato l’acquisto dal 1° gennaio 2014 al 31 dicembre 2017, di
unità immobiliari a destinazione residenziale, di nuova costruzione od oggetto di interventi di
ristrutturazione edilizia. Curioso è il fatto che tale deduzione viene tra le altre cose vincolata alla
locazione per almeno otto anni e sempreché tale periodo abbia carattere continuativo, il diritto
alla deduzione, tuttavia, non viene meno se, per motivi non imputabili al locatore, il contratto di
locazione si risolve prima del decorso del suddetto periodo e ne viene stipulato un altro entro un
anno dalla data della suddetta risoluzione del precedente contratto. Inoltre la deduzione spetta
anche per l’acquisto o realizzazione di ulteriori unità immobiliari da destinare alla locazione.
Insomma si incentiva la speculazione immobiliare, si incentiva l’acquisto, laddove c’è un paese in
crisi, tentando di far perlomeno emergere gli affitti in nero vincolando la deduzione ai contratti di
locazione.

E’ forse l’unico articolo del pacchetto RILANCIO DELL’EDILIZIA in cui vengono stanziati
dei fondi, presi da una riduzione degli interventi strutturali di politica economica, estremamente
dilazionati negli anni addirittura fino al 2023, prevedendo per il 2015 solo 10 milioni di euro.
L’articolo 22 introduce alcune semplificazioni per l’accesso ai contributi per la produzione
di energia termica da fonti rinnovabili (conto termico). La semplificazione sarà affidata ad un
decreto interministeriale per la cui emanazione non è stata fissata una data limite.
L’articolo 24 contiene una misura molto vaga relativa al coinvolgimento dei cittadini in progetti
riqualificazione del territorio. Riguardano interventi di pulizia, manutenzione, abbellimento
di aree verdi, piazze o strade. I Comuni in base a tali misure possono deliberare riduzioni o
esenzioni di tributi inerenti al tipo di attività poste in essere.

Con l’articolo 23 si interviene sulla disciplina del cosiddetto “affitto con riscatto”, prevedendo
le misure da adottare in caso di inadempimento del concedente (restituzione dei canoni versati) e
del conduttore (risoluzione dei contratto e perdita dei canoni versati).
L’articolo 24 è finalizzato al recupero ed alla valorizzazione di spazi pubblici (aree verde, piazze,
strade) affidandone la manutenzione, la cura, la pulizia a cittadini ed associazioni che, in cambio,
potranno godere di riduzioni o esenzioni da eventuali tributi sull’attività che intendono avviarvi.
La norma non sembra aggiungere nulla di nuovo e già adesso molti comuni ricorrono alla
collaborazione con i privati per la manutenzione degli spazi pubblici.

Alcune misure di semplificazione per gli interventi sul patrimonio culturale sono contenute
nell’articolo 25. In alcuni casi viene esclusa la necessità dell’autorizzazione paesaggistica e viene
introdotto il meccanismo del silenzio-assenso sui pareri paesaggistici, trascorsi infruttuosamente i
60 giorni stabiliti dalla norma.
L’articolo 26 contiene il regalo ai costruttori e il ricatto per gli enti locali. Ovvero contiene
le misure per la valorizzazione degli immobili demaniali inutilizzati consentendo la variante
urbanistica e la possibilità di modificarne la destinazione d’uso. Gli enti locali devono provvedere
al massimo della semplificazione di tutti gli atti relativi a questi cambi di destinazione d’uso e della
variante urbanistica e accelera il censimento degli immobili della Difesa, immobili per i quali le
amministrazioni comunali devono pubblicare un avviso di ricerca di mercato per sollecitare la
presentazione del progetto da parte di privati. Il ricatto è contenuto nell’ultimo comma in cui si
afferma che agli enti territoriali (sempre a rischio default) che hanno contribuito alla conclusione
del procedimento è attribuita una quota parte dei proventi di tale valorizzazione … anche detta
svendita del patrimonio pubblico. Tale norma serve esclusivamente a fare cassa e non pone
assolutamente dei paletti su quale debba essere invece la destinazione d’uso di tale patrimonio.
L’articolo 27 demanda ad un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri l’individuazione
delle opere di pubblica utilità da finanziare nell’ambito degli investimenti immobiliari dell’INAIL,
utilizzando le risorse del piano triennale degli investimenti immobiliari.

CAPO VI – PORTI E AEROPORTI
Articolo 28. Il comma 1 sottrae le indennità di volo al pagamento degli oneri contributivi.
Prevede tuttavia che le medesime indennità concorrano quali contributi figurativi (nella misura
del 50 per cento) per la determinazione dei trattamento pensionistico. Pertanto la disposizione in
oggetto risulta norma di favore per tutti i lavoratori che siano beneficiari di indennità di volo, con
oneri a carico dello Stato (comma 2).

Il comma 3 modifica il comma 4 dell’articolo 5 della Legge 05/05/1976 recante nuove norme
in materia di diritti per l’uso degli aeroporti aperti al traffico aereo civile e prevede che i diritti
per l’imbarco passeggeri in voli internazionali nonché interni non sia dovuto per i membri
degli equipaggi degli equipaggi delle compagnie aeree che, di base in un determinato aeroporto,
devono raggiungere un altro aeroporto per prendere servizio (crew must go), sia per i membri
degli equipaggi delle compagnie aeree che hanno terminato il servizio in un determinato
aeroporto e che devono tornare in un altro aeroporto, assegnato dalla compagnia di appartenenza
quale propria base operativa (crew returning to base), purché in possesso di attestazione rilasciata
dalla propria compagnia aerea che certifichi che il viaggio è effettuato per motivi di servizio.
I commi da 4 a 7, in un’ottica di razionalizzazione, efficientamento e riduzione degli oneri a
carico dello Stato per l’espletamento dei servizi aeroportuali negli aeroporti civili ed in quelli
aperti al traffico civile, prevede che il servizio di pronto soccorso venga assicurato con oneri a
carico del gestore dell’aeroporto. In via transitoria, in attesa dunque che le previste convenzioni
per la gestione totale stipulate con l’ENAC vegano approvate dai Ministeri competenti, gli oneri
relativi al servizio di pronto soccorso negli aeroporti a diretta gestione dello Stato rimangono a
carico del Ministero della salute.

Il comma 8 apporta, nell’ambito della fornitura dei servizi della navigazione aerea, delle modifiche
al codice della navigazione introducendo l’obbligatorietà per l’Aeronautica militare di stipulare
specifici atti d’intesa con l’Enac, da sottoporre all’approvazione del MIT e del Ministero
della Difesa, nello svolgere i servizi della navigazione aerea e i servizi del traffico aereo. Tale
previsione viene introdotta al fine di garantire un livello di sicurezza della fornitura dei servizi di
navigazione aerea equivalente ai livelli previsti dalla normativa europea.

Viene inoltre aggiunto, sempre al codice della navigazione, l’articolo 733-bis che disciplina le
funzioni del personale addetto al comando, alla guida e al pilotaggio di aeromobili e del personale
addetto alla fornitura dei servizi di navigazione aerea per il traffico aereo generale, armonizzando
i compiti, le attribuzioni e le relative procedure operative alla normativa europea, alla normativa
tecnica nazionale adottata dall’ENAC ai sensi degli articoli 687, primo comma, e 690, primo
e secondo comma, nonché ai manuali operativi dei fornitori di servizi della navigazione aerea,
dell’Aeronautica Militare e degli operatori aerei.

Articolo 29. Il comma 1 dispone che entro 90 giorni dall’entrata in vigore della legge di
conversione del decreto, venga adottato, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri,
su proposta del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, previa deliberazione del Consiglio dei
Ministri, il piano strategico nazionale della portualità e della logistica.

Il comma 2, al fine di accelerare la realizzazione dei progetti inerenti alla logistica portuale,
dispone che le Autorità portuali presentano alla Presidenza del Consiglio dei Ministri un
resoconto degli interventi correlati a progetti in corso di realizzazione o da intraprendere,
corredato dai relativi crono programmi e piani finanziari. La Presidenza del Consiglio dei
Ministri, d’intesa con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, seleziona, entro i successivi
sessanta giorni, gli interventi ritenuti più urgenti sulla base delle proposte contenute nei
documenti presentati dalle Autorità portuali, anche al fine di valutarne l’inserimento nel piano
strategico di cui al comma 1, ovvero di valutare interventi sostitutivi.

CAPO VII – IMPRESE
L’articolo 30 è finalizzato a dare un impulso all’economia attraverso misure ed incentivi a
favore delle aziende e industrie italiane. Entro 60 giorni il Ministro dello sviluppo economico
dovrà adottare un piano per la promozione del Made in Italy e l’attrazione degli investimenti nel
nostro Paese, attraverso diverse azioni: formazione e informazione, supporto alle manifestazioni
fieristiche, valorizzazione delle produzioni di eccellenza, ecc. ecc. Il piano viene attuato con il
supporto dell’ICE, l’agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese
italiane, istituita nel 2011 con il compito di agevolare, sviluppare e promuovere i rapporti
economici e commerciali italiani con l’estero. Si prevede inoltre l’istituzione di un Comitato che
coordini le attività previste dall’artico e la presentazione di una relazione annuale al parlamento
per informare sullo stato di attuazione del Piano. Nel complesso la norma sembra un insieme di
slogan e non contiene elementi particolarmente innovativi.

Un articolo ora soppresso tornava su una vicenda nella quale il legislatore sta intervenendo da
alcuni anni in modo confuso e contraddittorio: la tutela del dritto d’autore per le opere di disegno
industriale. Con la nuova formulazione dell’articolo 239 del Codice della Proprietà Intellettuale
(d.lgs. n. 30 del 2005) sono nuovamente escluse dalla tutela autoristica le opere del disegno
industriale già utilizzate (e quindi di pubblico dominio) prima del 2001. L’articolo è stato eliminato
nell’ultima versione.

Con l’articolo 31 il Governo ripropone, attraverso l’emanazione di un DPCM, misure per la
promozione dei cosiddetti “condhotel” (in pratica le unità abitative dei condomini trasformate in
luoghi destinati alla ricettività turistica), norma che era stata inserita nel d.l. competitività durante
l’esame al Senato e poi stralciata nel passaggio alla Camera.

L’articolo 32 prevede la possibilità di utilizzare le imbarcazioni ormeggiate nei porti turistici
come strutture ricettive all’aria aperta, godendo di alcune agevolazioni, tra cui la riduzione
dell’IVA al 10 per cento. Sono previste anche delle risorse finanziarie (3 milioni di euro) per la
copertura finanziaria dell’iniziativa, denominata appunto “Marina resort”.

CAPO VIII – AMBIENTE

Articolo 33 (grandi affari sulle bonifiche. Con la scusa delle bonifiche si prevede la possibilità
da parte del Governo di nominare ilo “solito” commissario per la gestione di vaste aree del
paese, assicurando la possibilità, tra l’altro, di variare la destinazione urbanistica delle stesse e
di individuare un soggetto attuatore delle scelte del Commissario, dalle bonifiche alle eventuali
nuove previsioni edificatorie.

Si tratta dell’accentramento a Roma dei grandi affari per condurre speculazioni in aree
contaminate presenti nei centri urbani in ogni regione italiana, lucrando non solo sulla bonifica
ma anche sul nuovo cemento che potrà occuparle.

Si parte dall’area di Bagnoli ma lo stesso schema potrà essere usato per qualsiasi altra parte del
paese.
Articolo 34 (affidamenti diretti per le bonifiche). Si inseriscono numerose “semplificazioni” per
l’affidamento dei lavori concernenti le bonifiche, tra cui l’affidamento diretto (o le gare ristrette)
di opere milionare! Alla faccia della concorrenza.
Articolo 35 ( inceneritori opere strategiche, gli impianti per il riciclo no!). Il Governo accentrerà
su di sè ogni scelta per la realizzazione di nuovi inceneritori. Entro 90 giorni il Ministero
dell’Ambiente farà l’elenco degli inceneritori esistenti aggiungendone di nuovi. Tutti diventeranno
di interesse strategico nazionale,quindi difendibili anche con l’esercito e i mitra come accaduto ad
Acerra.

Si arriva al paradosso che un impianto per il riciclo e il riutilizzo, come ad esempio un impianto
di compostaggio per la produzione di terriccio dalla frazione umida non sarà considerato
strategico ma lo diventerà un inceneritore che inquina l’aria e produce ceneri tossiche da smaltire
in discarica. Tra l’altro la Direttiva europea sui rifiuti dal 2008 prevede che gli inceneritori siano
nell’ordine di priorità su un gradino superiore alle discariche ma dopo la prevenzione della
produzione di rifiuti e il riuso/riciclo. Regalo finale: le procedure di Valutazione di Impatto
Ambientale, comprese quelle per la partecipazione dei cittadini alle scelte, avranno tempi
dimezzati (30 giorni invece di 60 per studiare e produrre osservazioni in una VIA).

La disposizione relativa agli inceneritori risulta la peggiore di tutte quelle ad oggi proposte dal Governo. Infatti, qualora
la formulazione della disposizione dovesse essere confermata, gli inceneritori, che la norma stessa ribattezza “impianti di
termotrattamento” sono definiti quali “infrastrutture strategiche di preminente interesse nazionale ai fini della tutela della
salute e dell’ambiente”. La norma, partendo dal presupposto che le regioni sono incapaci di svolgere le funzioni ad esse
assegnate dal vigente testo unico ambientale, ovvero di provvedere, attraverso piani regionali, a definire la propria dotazione
impiantistica per il recupero e lo smaltimento dei rifiuti prodotti (v. art.196 e 199 del dlgs 3 aprile 2006, n.152) demanda
ad un DPCM (decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri), su preventiva proposta del Ministro dell’Ambiente,
l’individuazione di impianti già esistenti o da realizzare per il recupero di energia e per lo smaltimento dei rifiuti urbani e
speciali, definendo questi ultimi quali “infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale ai fini della
tutela della salute e dell’ambiente”.

Tale “allarmante” qualificazione degli inceneritori ha l’obiettivo di superare ex lege ogni legittima obiezione del territorio a
partire dalle espropriazioni di terreni per realizzazione di essi fino alla presumibile previsione di forme di militarizzazione
dei siti (a noi, peraltro già note, attraverso i decreti emanati per l’emergenza Campania).
Le seguenti motivazioni di questo vero e proprio “atto di forza” o “maxi-commissarimento delle regioni” ad opera dello
Stato, espressamente richiamate nella formulazione della disposizione stessa suonano come non veritiere, quando non anche
paradossali:
1) per attuare un sistema integrato e moderno di gestione di tali rifiuti;
2) per conseguire la sicurezza nazionale nell’autosufficienza;
3) per superare le procedure di infrazione per mancata attuazione delle norme europee di settore;
4) per il progressivo riequilibrio socio economico fra le aree del territorio nazionale;
5) per lo sviluppo della raccolta differenziata e al riciclaggio;
6) per deprimere il fabbisogno di discariche.
Sul 1) di certo un “sistema moderno” non può, e non deve, incentrarsi sullo smaltimento o sul recupero energetico dai rifiuti.
Un sistema moderno secondo la gerarchia sul trattamento dei rifiuti deve, in primis, prevedere la prevenzione e la riduzione
a monte della quantità dei rifiuti. Successivamente è il riutilizzo, anche a valle di operazioni di preparazione, l’opzione da
praticare (vedi il nostro sistema del “vuoto a rendere”) e qualora esso non sia possibile vanno perseguite operazioni di riciclo
di materia. Il recupero energetico è espressamente considerato l’ultima opzione prima dello smaltimento.

Sul 2) è sicuramente disastroso prevedere uno smaltimento all’estero di rifiuti urbani o speciali: ingenti spese di trasporto,
insicurezza nel trasporto e soprattutto fallimento nella gestione dei rifiuti che prevede quanto più la promozione del principio
di prossimità (cfr. art.181. comma 5 del Dlgs152/2006 e 182-bis comma 2, lett. b)).
Sul 3), di certo l’Europa non indica gli inceneritori quale strumento per evitare il conferimento in discarica. Tanto è vero che
la direttiva 2008/98/CE sui rifiuti prevede obiettivi di riciclo riferiti a specifiche frazioni merceologiche e non certo volumi
di energia prodotti dai rifiuti.
Sul 4) va detto che il “riequilibrio socio economico fra le aree del territorio nazionale” non si ottiene di certo facendo giungere
ad inceneritori carenti di materiale combustibile (ad esempio per via di raccolte differenziate efficaci) i rifiuti prodotti in
luoghi lontani centinaia di km.
Sul 5) l’asserzione secondo cui l’incenerimento susciti un virtuoso sviluppo della raccolta differenziata e del riciclaggio non è
suffragata da alcuna evidenza empirica. Anche laddove si registrano alte percentuali di raccolta differenziata e di recupero
energetico, quest’ultimo tende comunque a diminuire.
Sul 6) l’affermazione secondo cui gli inceneritori deprimerebbero “il fabbisogno di discariche” può valere per alcuni materiali
dal potere calorifico molto elevato (plastica, legno..) qualora fosse reso applicabile il divieto di conferimento in discarica di
materiali con PCI > 13.000 kj/Kg.

CAPO IX – ENERGIA
Articolo 36 (doppia beffa per la Basilicata e le altre regioni)
Chi sopporta (o dovrà sopportare) l’inquinamento derivante dalle estrazioni petrolifere potrà
usare con il …contagocce i proventi delle royalties. Infatti queste potranno essere usate sforando
il patto di stabilità solo per i proventi di 4 anni ed esclusivamente per l’aliquota derivante da
eventuali maggiori produzioni! Quindi l’inquinamento attuale non verrà neanche compensato
socialmente e per usare il denaro bisognerà subire il ricatto di produrre di più.
La Basilicata che ospita dal 1998 le maggiori attività del paese di sfruttamento con centri oli
inquinanti, trivelle dappertutto, traffico, dispersione di contaminanti cancerogeni nelle acque e
nel suolo finora non ha migliorato alcun dato sull’occupazione (che nel 1996 era il 15% e nel
2013 è il 15%, penultima regione italiana per reddito pro-capire, dati ISTAT) a riprova che lo
sfruttamento degli idrocarburi è un affare esclusivamente per le multinazionali.
Articolo 37 (verso l’Italia fossile 1 – la condanna all’arretratezza)
Tutto il comparto di trasporto e stoccaggio gas (rigassificatori; gasdotti; stoccaggi ecc.) diventano
di interesse strategico nazionale. Qualsiasi norma inserita in un piano per la tutela paesaggistica e
ambientale (ad esempio un piano di un parco nazionale) potrà essere superata per la realizzazione
di tali opere.

Articolo 38 (verso l’Italia fossile 2 – la condanna all’arretratezza)
Tutte le attività connesse allo sfruttamento dei giacimenti nazionali di idrocarburi, con trivelle, e
infrastrutture, diventano di interesse strategico nazionale.
Si arriva al paradosso che le produzioni viti-vinicole, il paesaggio della costa e in generale il nostro
territorio e i tanti impianti e lavorazioni che non provocano inquinamento, compresi quelli per la
produzione energetica da fonti rinnovabili, e su cui si fonda la nostra economia non sono attività
strategiche a norma di legge mentre lo saranno i pozzi e l’economia del petrolio che sono causa
dei cambiamenti climatici e di un pesante inquinamento e su cui fanno grandi profitti poche
multinazionali.
Il titolo concessorio sarà unico, mentre ora è suddiviso in tre fasi: permesso di ricerca,
prospezione ed estrazione. Un grande favore alle multinazionali che, una volta individuato un
giacimento, potranno reclamare “un diritto acquisito” per lo sfruttamento del patrimonio dello
Stato.

Tutte le procedure di Valutazione di Impatto Ambientale per le attività di ricerca, prospezione
ed estrazione in terraferma saranno tolte alle regioni e accentrate allo Stato, con conseguente
accentramento dei poteri a discapito del diritto dei cittadini che abitano di un territorio di far
sentire la propria voce.
Infine, in un comparto che dire maturo è poco, si prevede la possibilità di autorizzare con
pochissimi studi a supporto attività di estrazione “sperimentali” in mare nelle aree a confine con
altri paesi, per 5 anni rinnovabili per altri 5. In un mare chiuso come l’Adriatico, fonte di reddito
per milioni di italiani, e in zone a fortissimo rischio di subsidenza, invece di garantire il livello
massimo di protezione dell’ambiente si da il via libera con sufficienza allo sfruttamento degli
idrocarburi.
Sicilia, Abruzzo, Basilicata, Emilia Romagna e Lombardia, oltre al marea Adriatico, Ionio e al
canale di Sicilia subiranno un vero e proprio assalto petrolifero invece di puntare su sole, acqua
e vento per la produzione energetica. L’Abruzzo nel 2013 ha usato il 60% di energia elettrica da
fonte rinnovabile e così molte altre regioni che stanno indirizzando la loro politica verso l’uso
efficiente dell’energia.

L’ex articolo 40 rivedeva la disciplina dello scambio sul posto di energia, elevandone la soglia
a 500kW per gli impianti a fonti rinnovabili, riducendo gli oneri per gli impianti più piccoli
(potenza inferiore a 20kW) ed introducendo dei correttivi per mantenere inviato il gettito
complessivo. L’articolo è stato eliminato nell’ultima versione.

L’ex articolo 41, ora soppresso, modificava il decreto legislativo n. 20 del 2011 in materia di
produzione di energia termica da fonti rinnovabili e di efficientamento energetico, prevedendo
l’introduzione di criteri di semplificazione procedurale e di trasparenza e per l’avvio di nuovi
meccanismi di incentivazione. L’articolo è stato eliminato nell’ultima versione.
L’articolo 39 reca una revisione complessiva del quadro degli incentivi per i veicoli a basse
emissioni complessive, prevedendo una maggiore flessibilità nella ripartizione delle risorse tra le
diverse classi di incentivi.

CAPO X – DISPOSIZIONI VARIE
L’articolo 40 dispone l’incremento di 728 milioni di euro per il 2014 del Fondo sociale per
l’occupazione e la formazione (art. 18 del d.l. n. 185 del 2008), in modo da fare fronte alla grave
crisi occupazionale in atto.
Con l’articolo 41 il Governo stanzia 60 milioni di euro (40 per il 2014 e 20 per il 2016) per
correggere lo squilibrio finanziario del sistema del trasporto pubblico locale della Regione
Calabria, a condizione che la Regione si impegni, come stabilito dal d.l. n. 95 del 2012, per il
miglioramento del rapporto costi/ricavi, provvedendo, a tal fine, all’integrazione del piano di
riprogrammazione dei servizi di trasporto pubblico locale e di trasporto ferroviario regionale in
modo da ridurre il costo chilometrico medio e la fissazione di tariffe che consentano una parziale
copertura dei costi.
Gli articoli 42 e 43 sono stati introdotti nell’ultima versione del provvedimento e riguardano
alcune disposizioni in materia di finanza delle Regioni, con alcune disposizioni specifiche per le
regioni Sicilia e Sardegna, e la modifica della disciplina del Fondo di rotazione per gli enti locali
che si sono avvalsi della procedura di riequilibrio finanziario pluriennale (c.d. predissesto, articoli
243-bis e seguenti del TUEL).

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