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TISA, anche peggio del TTIP!

Credevamo tutti che non si potesse concepire nulla peggiore del TTIP, ma ci sbagliavamo. Le menti del turbo-capitalismo euro-nordamericano sono andate oltre. Con il TISA (Trade In Service Agreement), fratello (ancora più) cattivo del TTIP, si mira infatti a tutelare come mai prima gli interessi di poche lobby e poche grandi compagnie private. Il loro obiettivo è sempre lo stesso: spazzare via definitivamente tutte le barriere al (loro) libero mercato. E con esse la tutela dei diritti e dell’ambiente.

Dalla sanità all’istruzione, dalla ricerca scientifica al mercato del lavoro, fino ai trasporti e alle telecomunicazioni: con la scusa di aumentare la qualità dei servizi globali, il TISA, atroce e segretissimo trattato supportato da Unione europea, Stati Uniti e da qualche altra decina di paesi, se passasse porterebbe alla liberalizzazione del 90% del mercato dei servizi globali.

Avete idea di cosa potrebbe significare?

Come spiegano bene in un video-messaggio i nostri portavoce in Europa Tiziana Beghin e Marco Valli, i negoziatori spiegano che questo trattato serve ad aumentare la concorrenza. In realtà, sappiamo bene che mira solo alla deregolamentazione dei mercati, avvantaggiando le solite poche corporation e facendo sì che vengano meno il confronto con i cittadini e in sostanza la democrazia – di cui in troppi invece si riempiono inutilmente la bocca.

Le notizie sul terribile TISA sono trapelate grazie a Wikileaks che, a un anno dalle prime rivelazioni del 19 Giugno 2014, ha rilasciato nuovi documenti riguardanti le negoziazioni in corso. Fra le cose più eclatanti che spuntano da queste pagine, spiccano gli sforzi per proibire o limitare la capacità per gli Stati di adottare misure che, seppur non-discriminatorie, hanno l’effetto di ledere gli interessi dell’industria finanziaria.

Inoltre, proprio come con il TTIP, la regolamentazione europea verrebbe completamente scavalcata per non “limitare l’espansione delle attività legate ai servizi finanziari“. Con il TISA, si legge ancora, “devono essere garantiti i servizi finanziari delle parti che hanno contratto l’accordo, in modo da competere sul mercato d’interesse” e non si potranno “limitare o restringere la portata delle opportunità di mercato e i benefici di cui già gode l’industria finanziaria in un altro Stato”.

E se uno Stato volesse reagire a questi soprusi? Un tribunale internazionale extra-giudiziario avrà il compito di giudicare chi ha ragione tra la multinazionale finanziaria e il paese in oggetto. Tradotto: perde sempre il pubblico.

Al tavolo delle trattative sono seduti ben 51 Stati: gli Stati Uniti, i 28 paesi dell’Unione Europea, e poi Australia, Nuova Zelanda, Canada, Svizzera, Islanda, Norvegia, Liechtenstein, Israele, Turchia, Taiwan, Hong Kong, Corea del Sud, Giappone, Pakistan, Panama, Perù, Paraguay, Uruguay, Cile, Colombia, Messico e Costa Rica. Insomma, unici assenti i BRICS: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.

I portavoce in Europa del Movimento 5 Stelle, a partire appunto da Tiziana Beghin e Marco Valli, si sono mossi già lo scorso settembre per chiedere spiegazioni alla Commissione europea. Lo hanno fatto con un’interrogazione la cui risposta, come al solito, è stata totalmente insoddisfacente.

Il M5S, ancora una volta nell’interesse di tutti, non abbasserà nemmeno per un minuto l’attenzione su queste nuove forme di dittatura, né su tutto ciò che vogliono decidere sulle teste di milioni di persone che, al contrario dei farabutti che fanno in segreto questi accordi, hanno solo da perdere da un mondo sempre più sporco, scorretto e deregolamentato.

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