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Titolo V: se vince il sì mafia, lobby e “società amiche” pronte a spartirsi il bottino

C’è un aspetto di questa riforma costituzionale di cui si parla poco e che a molti sfugge, ma che è di estrema importanza: la riforma del titolo V della Costituzione.

Il titolo V della seconda parte della Costituzione riguarda gli enti territoriali (comuni, province, città metropolitane e regioni) e le loro competenze. È stato modificato già nel 2001 quando il governo di centrosinistra ha apportato alcune correzioni di stampo federalista alla Carta. Da quel momento la legge ha stabilito che su tutte le materie non elencate tra quelle di esclusiva competenza dello Stato la competenza spetta alle regioni.

Con la riforma del titolo V firmata Renzi-Boschi-Verdini verrebbe soppressa la sovrapposizione di competenze tra stato e regioni e verrebbe introdotta la “clausola di supremazia”, cioè il principio per cui, nei casi d’interesse nazionale, le decisioni dello stato prevalgono su quelle delle regioni.

Snelliamo, velocizziamo, centralizziamo, così dicono i porta bandiera della riforma. Ma a favore di chi? Di certo non dei cittadini né del nostro Paese. Ad avvantaggiarsi con questa riforma sarebbero, infatti, lobby, multinazionali, società amiche degli amici giusti, quelle che vincono gli appalti e che puntano sulle grandi opere, quelle pronte a sfruttare il nostro territorio per i propri interessi e chissenefrega delle bellezze paesaggistiche, della tutela ambientale, della salute pubblica e del bene comune.

Negli ultimi anni le amministrazioni locali sono state molto spesso l’ultimo baluardo nella difesa degli interessi della collettività contro un governo corrotto e servo di altri interessi.

È stato così nel caso del gasdotto Snam. Un’opera che servirebbe esclusivamente a Snam per trasferire gas dall’oriente al nord Europa e che, senza aver alcun vantaggio o utilità per il nostro Paese (noi fungeremo esclusivamente da servitori di passaggio) metterebbe a rischio e deturperebbe i territori in cui passa (tra questi si contano tre crateri sismici e molti dei comuni colpiti dal recente sisma come Norcia, Visso e L’Aquila). Per questo la regione Abruzzo, con l’appoggio di sindaci, cittadini e comitati locali, ha negato l’Intesa su tutta la documentazione – centrale di compressione; gasdotto; inserimento del gasdotto nella rete nazionale gasdotti – insistendo proprio sulla questione sismica legata a quei territori, a cui il tempo, purtroppo, ha dato tristemente ragione. È solo grazie alla presa di posizione di questi enti locali e alla mancanza d’intesa tra Stato e regione che quest’opera inutile e dannosa è stata bloccata dalla Corte costituzionale.

Oppure nel caso degli stoccaggi di gas nella zona (sismica) di San Martino sulla Marrucina. Gli stoccaggi sono fonte accertata di sismicità indotta, come ammette lo stesso decreto di V.I.A. del Ministero dell’Ambiente. Anche in questo caso il progetto della Gas Plus è fermo solo grazie all’opposizione della regione Abruzzo e dei comuni.

E ancora nel caso della Tap, una multinazionale Svizzera che intende realizzare un tratto del gasdotto che dovrebbe portare gas metano dall’Azerbaijan in Europa passando per le spiagge di San Foca (San Basilio, per la precisione) uno dei territori più belli del nostro litorale, da sempre fregiato della Bandiera Blu o delle 5 Vele di Legambiente. Al gasdotto sarebbe inoltre annessa centrale di depressurizzazione, anch’essa costruita in una zona di grande valore ambientale e turistico.
Ovviamente l’ingegnoso progetto non finirebbe qui: il gas dovrebbe percorrere oltre 50 km di campagne, con conseguenti espropri, costi di posa in opera, mezzi e materiali ed espianti di centinaia (o migliaia?) di ulivi (per la cronaca questi lavori sarebbero gestiti da Snam, di cui sopra). Anche in questo caso l’unico stop ai lavori è arrivato grazie al contenzioso che si è aperto tra lo Stato e la Regione Puglia.

O, ancora, nel caso dell’estrazioni di gas nella valle della Diga di Bomba ad opera di una società canadese a cui la regione Abruzzo ha già bocciato la V.I.A. del progetto per il rischio di subsidenza e crollo della diga con effetto vajont sulla Val di Sangro (dove c’è il più grande insediamento della FAT in Italia con circa 20.000 lavoratori).
La società ha fatto ricorso ma ha perso al Consiglio di Stato che ha chiarito che si deve applicare il principio di precauzione visti i potenziali esiti catastrofici dell’impianto. Ora la ditta ha ripresentato il progetto con piccoli cambiamenti al Ministero dell’Ambiente per una nuova V.I.A., grazie alla possibilità offerta dallo Sblocca Italia. In ogni caso con la Costituzione attuale la Regione Abruzzo dovrà esprimere l’intesa e,ovviamente, la negherebbe. Se invece passasse il Sì dallo Stato centrale, soprattutto se ancora in mano all’attuale governo, non potrebbero arrivare che consensi e tappeti rossi per avvantaggiare società che tutto hanno a cuore fuorché il nostro Paese.

Di esempi ce ne sono a centinaia. Con la riforma del titolo V della Costituzione lo Stato si riprenderà la potestà su tematiche rilevanti come quella ambientale, quella energetica, quella riguardante le infrastrutture e le grandi opere e quella inerente la valorizzazione dei beni culturali.
E le conseguenze potrebbero essere devastanti: in caso di vittoria del Sì quel poco ma fondamentale potere decisionale in mano alle autonomie locali, molto spesso unica e ultima voce in difesa del territorio e delle istanze dei cittadini, sarebbe tacitata.
Senza più contrappesi e oppositori, ogni spazio di manovra e di mediazione verrebbe annullato e, a quel punto, ad avere la meglio, saranno solo e sempre gli interessi di quei pochi ma potenti interlocutori che, esercitando pressioni sui decisori, potrebbero dirottare a loro piacimento (e, come spesso accade, anche attraverso mezzi discutibili) le scelte politiche. Guarda caso proprio molte di queste lobby sono oggi in prima fila a sostegno della riforma.

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