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Truffe legali al riso italiano? No, grazie

Cosa direste se il riso che comprate al supermercato non fosse quello indicato in etichetta? E se invece di un risotto vi ritrovaste nel piatto una sbobba scotta? Potrebbe succedere sempre più spesso, grazie alle geniali trovate del governo.

L’Italia è il principale produttore di riso in Europa, con un superficie coltivata di circa 236.000 ettari: la metà di quella di tutta l’Ue.

La produzione italiana di riso è di circa 1,6 milioni di tonnellate, di cui il 66% viene esportato. Sul mercato italiano, però, entra il 25% di riso importato dai paesi Ue. Ed è proprio quella delle sempre crescenti importazioni una delle maggiori preoccupazioni degli agricoltori. Dall’estero sono infatti provenute ben 778.179 tonnellate di riso (+22,1% rispetto all’anno scorso), di cui 289.644 tonnellate dall’Asia (+16% rispetto all’anno scorso).

La coltivazione del riso in Europa è sinonimo di Italia. Il nostro è l’unico paese europeo e mondiale che, per la sua lunga tradizione, ha creato e migliorato la varietà originale, in modo da adattarla al territorio e alle tradizioni locali. Molti sono territori in cui l’economia è basata sulla coltivazione del riso nazionale, in particolare le aree del Piemonte, Lombardia, Veneto e Emilia Romagna, incluse alcune zone tipiche della Sardegna, Calabria e Toscana.

Eppure, il governo Renzi ancora una volta non sembra voler e valorizzare il prodotto italiano e proteggere il lavoro degli agricoltori.

Il disegno di legge “Disposizioni in materia di semplificazione, razionalizzazione e competitività agricole del settore agricolo, agroalimentare e della pesca”, già approvato in Senato, all’art. 25 (Delega al governo per il sostegno al settore del riso) delega il governo ad attuare uno o più decreti legislativi per riformare la legge che disciplina il mercato interno del riso commercializzato in Italia.

Perché dico che il governo delle chiacchiere non vuole tutelare il riso italiano?

Perché potrebbe trasformare in legge di Stato la pessima bozza di legge prodotta dalle confederazioni agricole (Coldiretti, Confagricoltura e Cia) e l’Airi, che fa preoccupare appunto molti agricoltori, dato che non include i giusti strumenti che servono a tutelare i nostri prodotti.

Per molti mesi, e in particolare da settembre dell’anno scorso, noi del M5S abbiamo incontrato associazioni e agricoltori per raccogliere informazioni e opinioni sulla bozza che si stava scrivendo. Un lungo lavoro, che ci ha permesso però di individuare i punti deboli di questa bozza di legge.

Fra questi, ne spiccano alcuni.

La tracciabilità, ad esempio: l’ambito di applicazione della bozza di legge si riferisce ≪al prodotto ottenuto dal riso greggio, confezionato e venduto o posto in vendita o comunque immesso al consumo sul territorio nazionale per il quale deve essere utilizzata la denominazione “riso”≫. Ciò significa che il prodotto riso può essere ritenuto italiano per il solo fatto che viene lavorato in Italia. Vi sembra una cosa che rispetta i diritti dei consumatori?

Altra criticità è quella legata a miscelazione e griglia, il metodo di classificazione e riconoscimento delle varietà di riso (in continua evoluzione per catalogare le nuove varietà derivate da quelle tradizionali).

Le varietà capogruppo sono: Arborio, Roma/Baldo, Carnaroli, Vialone nano, S. Andrea, Ribe, Thaibonnet. Sotto ad ogni capogruppo (chiamato anche capofila) sono elencate tutte le varietà simili alla tradizionale. La legge attuale aumenta e liberalizza la miscelazione di varietà di riso simili o fuori griglia. La nuova etichettatura sulle confezioni, invece, obbliga all’uso delle varietà capofila.

In pratica, il riso italiano commercializzato all’interno del Paese potrà essere venduto solo con i nomi di Carnaroli, Arborio, Roma-Baldo, Ribe, Vialone Nano e Sant’Andrea. Tutte le altre varietà potranno essere associate a queste ultime, ma dovranno essere vendute con il nome delle stesse e non potranno essere mescolate ad altri risi.

Secondo Carlo Petrini, questo modo di operare è solo un escamotage chiamato “omonimia: il riso venduto per legge può essere chiamato con il nome della varietà da cui deriva il risone, oppure con uno dei nomi delle varietà che appartengono alla stessa categoria agricola”. Ma “il consumatore non sa che sta comprando una varietà di riso (Karnak) diversa da quella indicata sulla confezione (Carnaroli)”.

Tutto legale, appunto. Ma non per questo giusto, fa presente Petrini: né per chi compra né per chi produce. Spesso, infatti, certe varietà di riso sono più facili da coltivare e permettono ad alcuni coltivatori di proporre come Carnaroli una varietà di riso più facile da coltivare, o non così pregiata.

Allo stesso tempo, in questo modo non si permetterebbe la valorizzazione di nuove varietà.

Ma attenzione, in realtà l’etichettatura funziona già così: dal 1958 è infatti possibile raggruppare le diverse varietà di riso. La differenza è che ora una cosa facoltativa diventerebbe obbligatoria. Un’assurdità che stranamente non arriva da Bruxelles, ma dall’italianissimo Ministero dell’Agricoltura!

E non è tutto. Per quanto riguarda l’etichettatura, nella bozza di legge è prevista l’attività di “vigilanza e controlli” e l’applicazione delle relative “sanzioni”. Eppure, al momento pare che le sanzioni previste per chi dovesse violare le norme sull’etichettatura e sull’origine del prodotto – tra 600 e 3.500 euro – potrebbero non essere immediatamente applicabili.

C’è poi la richiesta dell’aumento delle rotture dal 5 al 10% nel caso dei risi non inclusi nell’elenco delle varietà tradizionali (punto della bozza di legge su cui si sta ancora lavorando). Gli industriali, e non solo, vorrebbero l’aumento allo scopo di intercettare il consumo low cost, mentre gli agricoltori sono contrari, perché ciò intaccherebbe la qualità percepita del prodotto italiano in commercio. L’aumento delle rotture, infatti, porterà ad una differenza di risultato nella cottura (i chicchi rotti cuociono più in fretta di quelli integri) e nell’aspetto del riso.

Perché stiamo combattendo da mesi? Fra le altre cose, per:

introdurre una chiara e netta regolamentazione in merito all’origine della coltivazione del prodotto che il consumatore acquista confezionato, in quanto è questo un forte indice di qualità e garanzia dello stesso prodotto;

rendere più trasparente l’etichettatura, permettendo l’uso del nome reale della varietà e delle varietà contenute nella confezione. Eventualmente indicando sull’etichetta anche la varietà tipica, così che anche il consumatore meno esperto abbia un’idea sulla tipologia di riso che sta acquistando;

regolamentare, con una etichettatura più chiara, la miscelazione di più risi all’interno della stessa confezione, sempre con l’obiettivo di fornire la massima trasparenza al consumatore.

Vedremo se il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali ci degnerà di ascolto, mettendo l’interesse degli agricoltori e la qualità dei prodotti al primo posto. O se, ancora una volta, lavorerà solamente per il tornaconto di pochi grandi gruppi industriali.

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