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Verso l’era post-antibiotica: il governo la affronta con una “riduzione spot” del 30%

Come può il Piano Nazionale di Contrasto all’Antimicrobico Resistenza, elaborato con forte ritardo e trasmesso di recente alle Regioni, continuare ad immaginare deboli interventi per contrastare quella che l’OMS definisce un’emergenza planetaria al pari dell’Aids e dell’ebola?
Non spaventa l’idea di un’era post-antibiotica in cui non saranno possibili neanche le semplici operazioni chirurgiche?
A me spaventa, e dovrebbe spaventare anche la Ministra Lorenzin, che sembra però più interessata ad impegnarsi su altri fronti che ad intervenire drasticamente per scongiurare i 5000/7000 decessi annui in Italia per infezioni causate da batteri resistenti agli antibiotici.
Antibiotici che assumiamo con troppa disinvoltura ma che soprattutto (per il 70%) vengono somministrati agli animali all’interno degli allevamenti intensivi.
L’Italia è infatti il primo Paese europeo per uso di antibiotici umani secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità e il terzo per l’utilizzo sugli animali negli allevamenti.
E indovinate quale proposta ha avanzato il Ministero. Un target di riduzione negli allevamenti del 30%!!!! Avete capito bene, 30%, mentre altri Paesi europei hanno adottato piani di riduzione ben più adeguati: l’Olanda, per esempio, aveva stabilito un target di riduzione pari al 70% tra il 2009 e il 2015.
Mancando poi il dati per il 2016 ci chiediamo su cosa sia basata questa stima a dir poco ottimista.
Intanto iniziative private si muovono verso l’esclusione degli antibiotici negli allevamenti anticipando quella che dovrebbe essere l’iniziativa statale.
Quello che non viene preso in considerazione e che mi preme sottolineare è come l’allevamento, soprattutto intensivo, mal si accorda con una riduzione nell’uso degli antibiotici. Lo stress e l’innaturalità delle condizioni di vita portano inevitabilmente alla diminuzione delle difese immunitarie negli animali mentre, come afferma la stessa Federazione Europea dei Veterinari, una prevenzione delle malattie si dovrebbe basare sulle corrette pratiche di allevamento.
Un allevamento dunque , per chi voglia mangiare la carne, sostenibile e rispettoso del benessere animale. A cui aggiungo un invito da parte mia per una riduzione di consumo a favore di una dieta a base prevalentemente vegetale, così come da indicazioni sanitarie in linea con la nostra tradizionale dieta mediterranea.

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