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#alimentazione per migliorare la comunità

Tutti vorremmo un mondo in cui nessun essere umano è costretto alla malnutrizione.

Tutti vorremo un mondo in cui malattie come tumori e infarto si riducono sensibilmente.

Tutti vorremmo vivere in un ambiente più salubre e più a contatto con la natura.

Chi di noi agisce ora per cambiare la salute dei suoi abitanti e dello stesso pianeta?

Direte che è impossibile trovare una soluzione, ma non è affatto così.

In queste settimane potete dire la vostra sulla proposta di legge per mense pubbliche più sostenibili.
Cibarsi è un gesto semplice, ma rivoluzionario.

Provate a pensare al lungo viaggio di ogni ingrediente che avete davanti oggi nel vostro piatto.
Anche soltanto questo semplice pensiero vi porterà in paesi lontani.

Qual è l’impatto ambientale di ogni cibo che mangiamo?

Pensate che alcuni studiosi hanno provato a calcolare l’impronta dei nostri cibi, dalla produzione al viaggio che i cibi percorrono per arrivare alle nostre tavole.

Tra le pratiche alimentari maggiormente nocive per l’ambiente, sono ormai molti gli studiosi a concordare sulle problematicità dell’allevamento intensivo.

Oltre che un problema etico (che magari affronteremo in un prossimo post), l’allevamento intensivo ha un rapporto costi – benefici assai scarso: sulla lunga distanza l’impatto prodotto è deleterio per tutta la società e la catena alimentare, non solo per il settore stesso della zootecnia.

Pensate che negli ultimi cinquant’anni in Italia il consumo di carne pro capite si è triplicato. È stato calcolato che nel 1994 fosse di circa 85 chili all’anno, pari a 235 grammi al giorno (Enrico Moriconi, Mangio dunque sono, Torino 2004, p 9).

Nel mondo, nel 1961 abbiamo consumato 71 milioni di tonnellate di carne tra bovini, ovini, pollame, suini. Nel 2010, siamo passati a quattro volte tanto: 286 milioni di tonnellate (grafico Fao 2012). La popolazione nel frattempo è aumentata (si stima dai circa 3 miliardi negli anni Sessanta ai 7 miliardi attorno al 2010), ma non è certamente quadruplicata!

Grafico consumo carne nel mondo

Tralascio le considerazioni sulle conseguenze sulla nostra salute di questa ipernutrizione (provate a prendere nota di quante volte al giorno vi vengono offerte proteine animali!) e mi concentro solo su un dato sconcertante.

La FAO prevede che tra il 2001 e il 2050 la produzione di carne e latte raddoppierà, passando rispettivamente da 229 a 465 milioni di tonnellate e da 580 a 1053 milioni di tonnellate (Food and Agriculture Organization of United Nations, Livestock’s Long Shadow. Environnemental issues and options, December 2006).

Dove troveremo terra per allevare? Togliendola alle nostre case, alle produzioni vegetali a scopo alimentare e – da qualche tempo – a quelle per scopo di produzione energia?

Produrre alimenti di origine animale risulta da svariati dati non conveniente in termini di spreco di terreni agricoli, acqua e prodotti vegetali tanto che gli animali allevati possono ad esempio essere definiti tranquillamente “fabbriche di proteine alla rovescia” o “dissipatori energetici”.

Dai dati di una università degli Stati Uniti (South Dakota State University, Department of Animal and Range Sciences, Meat Science Extension and Research, Did the Locker Plant Steal Some of My Meat?), per produrre 1 kg di proteine di carne di manzo occorrono mediamente 16 kg di proteine vegetali (22 kg se contiamo il fatto che molta carne viene scartata e gettata).

Ecco altri dati su cui prendere consapevolezza: una vacca da latte beve 200 litri di acqua al giorno, 50 litri un bovino o un cavallo, 20 litri un maiale e circa 10 una pecora. Per dare un’idea, mentre per produrre 1 kg di patate servono circa 500 litri di acqua, per 1 kg di manzo ne servono circa 100 000 litri. Vari studi (tra cui Moriconi, Le fabbriche degli animali: mucca pazza e dintorni, Torino, Cosmopolis, 2001 e http://www.waterfootprint.org/?page=files/productgallery) hanno ricercato in quali cibi e dove precisamente risiede il maggior spreco di acqua potabile, acqua che potrebbe essere destinata ad altro (come risolvere il problema della sete nel terzo e nel quarto mondo)?

Una risposta possibile, rapida e che potrebbe dare subito un segnale forte a un sistema che non può “reggere” è proprio quella di provare a consumare meno proteine animali, controllando magari la filiera di provenienza delle stesse.
Nella proposta di legge, oltre ai menù alternativi, è previsto anche un giorno dove provare a gustare nuovi sapori per immaginare una catena alimentare a basso impatto ambientale.

Collegatevi alla piattaforma LEX e prendete parte al processo democratico per un ambiente più sano, vivibile, sostenibile.
Partecipate!

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