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Esempi di sostenibilità ambientale

Possiamo trovare esempi di sostenibilità ambientale per un’economia della felicità?

Ho raccontato una storia triste ma simbolica al convegno “L’economia della felicità: opportunità da cogliere o realtà concreta?” che come M5S abbiamo organizzato a Montecitorio giovedì 27 novembre 2014.

Di seguito il testo e il video del mio intervento.

C’era una volta Rapa Nui, più conosciuta come l’Isola di Pasqua.

Una piccola isola con un area di soli 163.6 km², in una posizione tra le più isolate al mondo nel mezzo dell’oceano pacifico.

Una terra oggi vuota e desolata, dove oggi non c’è quasi più nulla e nessuno ma che alla sua colonizzazione nel 700-800 d.c., era un’isola verdissima, con grandi e rigogliose foreste di palme. Unica oasi per moltissimi chilometri traboccava d’ogni specie di uccelli, d’acqua e di terra.

I Polinesiani della tribù dei Maori vi allevarono galline, roditori commestibili e perfino maiali, al posto delle palme interrarono banano, canna da zucchero, taro, patate dolci.

Il suolo d’origine vulcanica di Rapa Nui era molto generoso, le piante coltivate prosperarono. I Maori cominciarono così a disboscare le foreste per avere sempre più terreni a disposizione.

Svilupparono una società complessa e avanzatissima per il periodo storico, con culti e rituali elaborati di cui il più noto è la costruzione di enormi sculture di pietra, i Moai. Alte fino a 10 metri e pesanti fino a 82 tonnellate.
Per costruire canoe per la pesca e trasportare le sculture di pietra usarono i tronchi di legno delle loro limitate foreste, fino a disboscarle in modo inesorabile.

Nel giro di un millennio, sull’isola non rimase un solo albero; le piogge corrosero il suolo privo di vegetazione, causando l’impoverimento della terra e della resa agricola nel momento stesso della massima incidenza demografica dato che i Maori erano arrivati a 9000 abitanti.

Il terreno eroso provocò la siccità dei corsi d’acqua che inaridirono. Privi del legno necessario per costruire imbarcazioni per catturare pesci e delfini, di cui si cibavano, i Maori e le loro gigantesche sculture di pietra rimasero “imprigionati” nella loro Rapa Nui, per sempre.

Mangiarono tutti i polli, poi tutti gli uccelli originari dell’isola. Fu sterminata ogni forma di vita vegetale e animale, cosicché iniziarono a mangiarsi tra loro, con veri e propri atti di cannibalismo.

I gruppi di famiglie, costretti all’antropofagia per sopravvivere, intrapresero cruente guerre e quando nel 1722 l’olandese Roggeveen, sbarcò sull’isola, non vi trovò che centinaia di ossa ammucchiate in una terra desolata e pietrosa e pochi sventurati che guerreggiavano per sfamarsi e avevano dimenticato gran parte della propria stessa cultura.

Una bella lezione…

Il pianeta Terra è la nostra piccola isola.
Un sistema chiuso con risorse limitate, esauribili.
Abitato da circa 7 miliardi di esseri umani in rapida crescita. 9 miliardi al 2050, tasso di crescita +140 individui al minuto.

Le nostre canoe che consumano il prezioso legname potrebbero essere le automobili… che consumano le risorse fossili.
In USA su 1.000 abitanti sono immatricolate 804 automobili, 606 in italia, il tasso di motorizzazione in Cina nel 2010 è di 58, in India 27.

Ma cosa succederebbe se tutti i cinesi o gli indiani avessero l’automobile?
In Cina, è prevista una crescita al 2030 di 200–300 veicoli per 1,000. Ma potrebbero essere molti di più.
Con un 600-800 su 1,000 abitanti, simile alle medie Europee, avremmo 1 miliardo di auto in più solo in Cina.
I veicoli cinesi potrebbero consumare dal 12 al 18 % del petrolio totale globale.

Consumo di suolo per strade e infrastrutture… meno suolo per agricoltura e i servizi ecosistemici naturali
Emissioni inquinanti…

E se usassimo i biocarburanti? Avremmo un perdita ulteriore di biodiversità, correremmo il rischio di una maggiore deforestazione e di una competizione con cibo e mangimi…

Come si nutrono e come si nutriranno gli abitanti della nostra isola?
Secondo la FAO la produzione di cibo dovrà raddoppiare entro il 2050 per poter sfamare la popolazione del pianeta che sarà di 9 miliardi.

Dal lato domanda possiamo notare come la popolazione sia cresciuta e abbia modificato la sua dieta: per esempio in Italia c’è stato un boom degli alimenti di origine animale, più di tre volte il valore degli anni 60. Questa transizione ci ha allontanato dalla tradizione alimentare mediterranea che prevede consumi limitati di alimenti animali, in favore di modelli carnisti di origine Usa.
Negli ultimi anni lo stesso trend si sta realizzando in paesi in via di sviluppo come la Cina, ma in tempi molto più brevi, poco più che un decennio.
Ecco qualche dato:

  • 14:1 tasso di conversione medio delle proteine tra peso degli alimenti consumanti e peso di carne utilizzabile nei bovini
  • 60% percentuale della produzione globale di mais e di orzo usata per l’alimentazione animale tra il 1961 e il 2002
  • 20 miliardi numero di animali macellati ogni anno
  • competizione alimentare, 18% gas serra, 75% suoli agricoli mondiali (FAO 2006)
  • se tutti fossero vegetariani, 1.4 miliardi di ettari di terra arabile potrebbero sfamare 10 miliardi di persone
  • ridurre l’apporto proteico animale dal 20% al 5% permetterebbe di sfamare 2 miliardi di persone in più

Dal lato produzione dobbiamo tenere conto del cambiamento climatico,dell’esaurimento delle risorse idriche, della perdita di fertilità per sovra sfruttamento e pratiche che non conservano i suoli e dei limiti della resa agricola.

Abbiamo anche noi dogmi e rituali per i quali siamo disposti a sacrificare tutto?

Il dogma del libero mercato, la religione del profitto, della crescita infinita del nostro unico dio, il PIL.
Continueremo a ergere statue in suo onore finché non sarà più possibile avere altre vie d’uscita?

Il PIL misura il valore complessivo dei beni e servizi prodotti all’interno di un Paese in un certo intervallo di tempo.
Cresce quando girano soldi e merci, quando c’è una transazione economica, ma non quando si è in presenza, ad esempio, di un’azione di volontariato, di un dono fatto senza ricevere un pagamento in denaro. Se dono del tempo a qualcuno dovremmo essere tristi, perché di soldi non ne facciamo girare e di consumi non ne rilanciamo. Se invece siamo imbottigliati nel traffico, consumando più carburante e respirando più gas di scarico per muoverci di pochi metri, dovremmo gioire, perché stiamo facendo “crescere” il nostro Paese.

Persino l’Economist, un difensore del libero mercato, ha più volte ospitato un dibattito sull’utilità del PIL concludendo che

“si tratta di un pessimo indicatore per la misurazione del benessere”.

L’Ocse, un altro colosso del tradizionalismo economico, ha cominciato a gettare dubbi sul dogma della crescita economica. Sul sito web dell’organizzazione intergovernativa, che raccoglie le economie più “sviluppate” del pianeta, si legge:

“Per una buona parte del ventesimo secolo si è dato per scontato che la crescita economica fosse sinonimo di progresso, cioè, che un aumento del PIL significasse una vita migliore per tutti. Ma ora il mondo comincia a riconoscere che non è così semplice. Nonostante livelli sostenuti di crescita economica, non siamo più soddisfatti della nostra vita (e tanto meno più felici) di cinquant’anni fa”.

Nessuna civilizzazione passata è mai sopravvissuta alla distruzione dei servizi eco-sistemici naturali!
Non lo farà neppure la nostra…

Esempi di sostenibilità ambientale nel mio intervento al convegno sull’economia della felicità (27/11/2014) [VIDEO]

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