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Riciclo acqua sporca. Ok ma…

Riciclo acqua sporca, ma più sporca che non si può.

Può funzionare e si chiama in varie parti del mondo “Toilets to tap”: a Singapore si ricicla anche l’acqua del WC!

La fede umana nella tecnologia è comprensibile, ma cieca. Negli ultimi anni, se ci pensiamo, ha superato il limite del buonsenso. Prendiamo l’energia: si discute su quali nuove incredibili invenzioni possano darcene di più a minor prezzo, ma non si parla quasi mai di come iniziare a consumarne (e sprecarne) meno.

Lo stesso vale per i rifiuti: come fare per smaltirli più velocemente, inquinando meno? Bene, ma perché non ci chiediamo ogni tanto come fare per non produrne più, evitando così baggianate come la “termovalorizzazione”?

Di tutte le invenzioni più assurde, però, ce n’è una che mostra meglio come l’uomo sia disposto a spendere quantità enormi di risorse e di tempo per porre rimedio ai problemi che lui stesso ha creato. Questa trovata, per quanto potrà mostrarsi presto utile in certi contesti, riguarda l’acqua.

A Singapore si è trovata una soluzione a dir poco sconvolgente al problema della scarsità idrica: riciclare le acque di scarico, incluse quelle dei gabinetti, trasformandole in acqua potabile.

“Toilets to tap” è il nome di un’idea che può sembrare disgustosa, ma che è già stata accettata da buona parte degli oltre cinque milioni di abitanti della città-stato del sud est asiatico. Dipendente per molti anni dall’estero per l’approvvigionamento di acqua – in particolare dalla vicina Malesia -, il piccolo stato insulare mira ora all’auto-sufficienza fornendo ai suoi cittadini acqua trattata, pura “quasi come l’acqua distillata”.

La rivoluzionaria tecnologia, concepita già 40 anni fa ma messa a punto nell’ultimo decennio, oggi soddisfa quasi un terzo del fabbisogno idrico giornaliero, ma si punta alla metà di quello nazionale entro il 2060.

Il recupero di liquami ed acque di scolo è in vigore da tempo nella Repubblica di Singapore, soprattutto in agricoltura e per scopi industriali. Oggi invece finisce nella rete idrica per zampillare dai rubinetti delle case.

In realtà con questo sistema, chiamato esplicitamente “Dal WC al rubinetto”, solo il 10% delle acque reflue di una famiglia provengono dal gabinetto. Il grosso arriva dalle docce, dai lavandini e dalle lavatrici.

Come funziona, il “Toilet to tap”?

In pratica, dagli scarichi delle case l’acqua finisce in una centrale di trattamento, un impianto di depurazione in cui vengono rimosse particelle solide e batteri.

L’acqua viene micro-filtrata, poi iperfiltrata attraverso la cosiddetta osmosi inversa, con cui si pressa l’acqua stessa attraverso una membrana semi-permeabile, rimuovendo sali, virus e sostanze chimiche.

In seguito, l’acqua viene esposta per precauzione ad alte intensità di raggi ultra-violetti e perossido di idrogeno (acqua ossigenata), così da distruggere ogni traccia organica residua.

Infine, si aggiungono dei minerali prima di scaricarla nel terreno o nei corsi d’acqua. Alcuni mesi dopo, e spesso dopo avere subito ulteriori trattamenti che le facciano rispettare gli standard locali di qualità, l’acqua torna a sgorgare nelle case da cui è arrivata.

Stando ai dati dell’Unicef e dell’Organizzazione mondiale della sanità, sono circa novecento milioni le persone che, al mondo, non hanno accesso all’acqua potabile.

La tecnologia sviluppata a Singapore, nel momento in cui raggiungerà una maggiore accettazione a livello globale (difficile far capire l’importanza di bere acqua che fino a pochi mesi prima si trovava in un gabinetto), potrebbe risolvere molti dei potenziali conflitti che l’accaparramento di questa preziosa risorsa potrà causare nei prossimi decenni.

L’acqua potabile, ricordiamolo, oltre che essere ben poca sarà il petrolio del 21º secolo.

Invece che sprecare tempo cercando modi per riciclare quella che viene dai gabinetti, cerchiamo di non sprecarla.

E di usare per i gabinetti stessi, magari, quella piovana, invece che quella di falda.

Sempre vostro, Mirko Busto

1 Comment

  1. […] Secondo me, invece, prima dell’ossessiva fede nella tecnosfera può e deve venire dato spazio al semplice buonsenso. […]

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